Tia Celletti.
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Noi Sei Della Fortezza.
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1978. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
Collana: I rosa.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Noi sei: Elisabetta, Agostino, Francesca, Odofredo, Aldina, Ranieri: i sei della fortezza, un gruppo di adolescenti legati da una profonda amicizia, che dopo aver diviso sogni, speranze, illusioni, imboccano strade diverse. Ma quel legame, il ricordo degli anni verdi e felici, li unir sempre, riportandoli idealmente al ridente borgo toscano dove hanno trascorso la loro migliore stagione. E per alcuni di loro non si tratter solo di un ritorno ideale....
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Noi sei della Fortezza.
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Personaggi principali:
Elisabetta, protagonista narratrice.
Francesca, la pecorella smarrita.
Ranieri, l'uomo arrivato.
Aldina, la pi bella.
Agostino, l'amico di tutti.
Odofredo, fisico nucleare.
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ELISABETTA.
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 uscito da qualche minuto ed io non l'ho neppure
accompagnato all'entrata e sono rimasta in piedi vicino
al tavolone dello studiolo, sotto al solito lampadario
d'ottone, respirando la solita aria che sa di
cose antiche, e mi sembra, tutto a un tratto, di avere
ancora diciassette anni e di pensare alla lezione di
matematica di domani.
Quanti anni ho?
Poco fa, con una mano fermamente appoggiata
sulle mie, lui ha detto cose che io, cos sicura di
conoscere i miei amici da tutta una vita, non
avevo mai capito, anzi, neppure sapute.
Mi tocca perci tornare indietro, riesaminare ogni
avvenimento, ogni incontro, si pu dire ogni ora degli
anni trascorsi, non per rinfrescarne la memoria,
che  tanto viva da rappresentare, fino a questo
momento, l'asse portante della mia esistenza, ma per
capire finalmente tutto.
Del resto, lui stesso me lo ha implicitamente suggerito
quando, dopo aver formulato quasi duramente
la sua proposta e ricevuto il mio sbalordito assenso,
siamo scivolati tutti e due sulla china dei ricordi?.
E per i ricordi ci sono volute tre ore, per la
sua proposta meno di venti minuti.
Domani andr alla Carona e le porte saranno
aperte a me, ai capricci che mi nasceranno per il
giardino, per le stanze, per le cantine e le soffitte.
Domani andr cercando, come sono sicura che
anche lui desidera, un nuovo punto d'incontro per
noi sei della Fortezza e il punto di partenza del mio
completamento.
Questa diciassettenne la lascer qui nello studio-
io, dove ora mi metto a scrivere sotto il solito lampadario
d'ottone.
Mio padre era considerato da tutti - e forse in
realt lo era - un matto geniale e, come tale, aveva
scelto tutte le strade che rispondevano di pi a
questo suo carattere, cos che tutto gli era andato
male.
Quando si era occupato di cinema i produttori
erano andati in rovina, quando, con enormi spese,
si era messo a fare l'editore aveva scelto autori non
simpatici al pubblico o alla critica, mercante d'arte
era stato intrappolato dai pi furbi, creatore di moda
non aveva incontrato i favori degli acquirenti e
cos via. Alla sua morte rimaneva ben poco del rotondo
patrimonio suo e di quello rotondissimo della
mamma.
La mamma discendeva da una famiglia che nei
secoli aveva stretto alleanze o dichiarato guerre con
e contro i Corsini, i Vitelleschi o chiss mai quanti
altri turbolenti e rissosi Signori della regione e che,
in un passato pi recente, era stata ben accolta e
festeggiata dalla nobilt senese e fiorentina. Quando
restammo senza soldi, naturalmente, nessuno ci festeggi
pi, ma certi cugini che a Colle San Ranieri
possedevano uno storico e ben chiuso palazzo, ce
ne concessero per poco affitto l'ammezzato, che consisteva
in quattro ampie stanze dagli architravi e
dai caminetti in pietra serena o altro notevole materiale
(ce n'era persino uno di onice!) e in un ampio
e bell'androne a grandi archi, antica rimessa dei
calessi e dei barocci pieni di uva pigiata in tempo
di vendemmia.
La mamma, anche se per amore aveva concesso
all'irresistibile sposo di sperperare il suo, non era
affatto una stupida: era orgogliosa, colta, ricca di
gusto e di tradizionale discernimento in fatto d'arte
e di affari; vide subito nell'androne la nostra risorsa,
spese in esso molte delle nostre poche sostanze,
lo arred e predispose con ricche stoffe e luci suggestive
e poi si mise per le antiche fattorie dei dintorni,
frug le sacrestie abbandonate, si rifece viva
con i nostri fornitori dei tempi felici e apr bottega
d'antiquariato.
Commercialmente, la collocazione de L'Androne
- come era stato chiamato - era ottima: esso
si apriva in cima al Corso, tra la piazza del Capitano
e quella del Duomo e soprattutto di fronte ai
primi spalti della fortezza medicea che ospitava le
aule del liceo classico e del liceo scientifico, ma
che peraltro restava un magnifico monumento rinascimentale.
I turisti in estate e in autunno erano numerosi e
compravano; poco a poco gli arredatori delle citt
vicine vennero a rifornirsi di buoni mobili rustici,
di rami patriarcali, di antiche maioliche, e la mamma,
secca e piccina, con i suoi capelli tinti di violetto,
le manine delicate e rapaci e gli occhietti aguzzi
faceva dei begli affari.
Ma bisognava riconoscere che fu merito suo se
l'Androne non rimase soltanto una bottega. Quando
mamma si accorse che io, giunta a Colle San Ranieri
gi adolescente e iscritta al penultimo anno del
liceo classico con due mesi di ritardo, soffrivo di
nostalgia di Roma e di solitudine e desideravo ardentemente
inserirmi tra quei compagni tutti nuovi
ed estranei, trasfer lo schedario dei suoi conti in
un'altra parte della casa e nel, diciamo cos, retrobottega
allest per me una specie di sobrio e comodo
salotto con un tavolone antico, un grande lampadario
d'ottone e qualche poltrona.
E cos cominci tutto per noi della Fortezza.
Il liceo classico era sistemato nell'ala pi bella della
Fortezza, le sue finestre a strapiombo sullo spalto
maggiore guardavano verso un orizzonte immenso
e fantasioso, esteso dal Casentino al lago Trasimeno,
paesaggio che variava a stagioni, a giorni e a
ore e che sercitava uno strano potere consolatorio
quando si guardava oltre le vetrate, per esempio,
nella mortificata rabbia di un infortunio scolastico.
Io mi ci fissavo sempre, soprattutto in quel primo
autunno, quando, sebbene venissi da Roma, mi sentivo
tra gli altri goffa, guardata con sospetto, estranea
e forse nemica.
L'ala destinata al liceo scientifico era pi cupa,
volta verso una distesa di crete e di calanchi, e poich
il bastione sottostante sorgeva su vecchi tufi
etruschi, vi era nata la stravagante leggenda del
Lucumone, maligno ed obeso personaggio ripreso
dai sarcofagi di Chiusi, che influiva in modo nefasto
sulla vita della scuola, sull'umore dei professori,
sull'esito delle interrogazioni, perfino sui piccoli
incidenti materiali.
Il primo fu Agostino che, additandomi dal nostro
cortile l'ala maledetta, mi bisbigli in tono segreto:
- Anche se non sei dello scientifico, sta attenta al
Lucumone!
- E chi ?
Allora era entrata in scena Francesca, che di scena
si intendeva, e con gli occhi spalancati e lucidi
mi aveva sgranato una serie di particolari raccapriccianti
sul Lucumone:
-  un vecchio porco grasso che salta fuori per
fare all'amore con le professoresse zitelle, e non basta,
figurati che quando gli riesce di scoprire una
ragazza che non porta pantaloni, le fa lo sgambetto
sulle scale perch cada e mostri gli slips sotto la
gonna!
E Agostino rinforzava: - Non ti dico poi quello che combina ai primi della classe! Gli mormora
parolacce all'orecchio perch si confondano
alle interrogazioni.
Invece di ridere mi sentii offesa da quella che mi
sembrava una indelicata presa in giro della mia inesperienza,
perch in quei giorni vedevo attacchi personali
in ogni discorso.
Comunque, fu una presa di contatto e la mattina
dopo Francesca mi offr il cappuccino e il bombolone
al bar di fronte ai cancelli, senza cercare scuse,
avvertendomi che lei era un po' matta.
L'incontro con Aldina e Odofredo avvenne in un
secondo tempo perch, frequentando l'ultimo anno
dello scientifico, non erano per tutto il tempo a diretto
contatto con noi.
Li rivedo in tutti i particolari, quei primi miei
amici, con gli occhi d'allora: erano tutti belli perch
erano giovani e sani, ma Aldina era bella davvero,
somigliante a una madonna senese; Francesca
era piccante e buffa, con tanti riccioletti bruni, Agostino
era un solido maschio atletico con occhi miti
e Odofredo era un cavallo di razza, troppo lungo
ed esile, forse, ma pieno di innata eleganza anche
se, volutamente o no, vestiva proprio da straccione.
Ranieri era alto, bruno, con i capelli ondulati, piacevole
a guardarsi, ma, guardando, gli si scoprivano
gli occhi piccoli e freddi, la bocca arrogante, qualcosa
di prepotente e, a ben osservare, un tantino
volgare nelle spalle troppo larghe, nella vita troppo
attillata, un insieme di caratteristiche che mi fece
ad un tratto pensare, chiss perch, che, sebbene
cos giovane, doveva essere - come dire? - privo
di umanit.
Erano tutti amicissimi tra loro, anche se Agostino
era figlio di un fattore e Odofredo di un conte,
Aldina proveniva da ricchi industriali e Francesca
aveva solo la madre che faceva la sarta, mentre il
padre di Ranieri era impiegato comunale.
- Vedi - mi spieg un giorno Francesca -
siamo amici perch ognuno di noi non deve spartire
con gli altri ci che fa o quello che decide. Per
contratto non possiamo innamorarci tra noi perch
gli innamoramenti guastano le comitive e le amicizie,
ma i ragazzi non impongono al gruppo le loro
conquiste e noi non ci portiamo dentro i nostri morosi.
- Che strana amicizia! - mi scapp detto e lei
parve offesa.
Non ci fu un momento preciso in cui si pu dire
che fui ammessa tra loro. I noi cinque diventarono
spontaneamente noi sei e mi trovai tra loro
per quel primo cappuccino offerto, per lo scherzo sul
Lucumone, per lo sguardo serio con cui Odofredo
mi aveva scrutata, per l'indifferenza di Ranieri e per
la cortesia un po' altera di Aldina.
E dir di pi: la mia prima amica intima nella
scuola fu la ragazza che stava, a detta di tutti,
con Odofredo ed era mia vicina di posto in aula.
La povera Bianca ce la metteva tutta nella speranza
di diventare contessa ottenendo, io credo, ben poco
ed esponendosi alle chiacchiere della scuola e della
piazza.
Il pi indignato per questo fatto era Agostino
che giudicava severamente il suo amico: -  un
pezzo di fesso - lo insultava, e attaccava con gli
avi aristocratici, seduttori di vassalle, pensando forse
che qualche sua bisavola contadina era andata
invano per vigneti con un bisavolo di Odofredo.
Ranieri e Francesca ridevano: nel ridere degli altri
erano maestri; Ranieri perch era cinico, Francesca
per allegria.
- Ma pensate davvero che alla sua et Odofredo
si contenti di passeggiare con una scolaretta? -
beffava il cinico.
- Io, per me, mi sarei divertita e forse ci avrei
cavato qualcosa - affermava la furbacchiona.
In confidenza, chiesi ad Aldina cosa ne pensasse.
Aldina era dolcissima e mite nel suo aspetto esteriore,
ma tutti le riconoscevano un'intelligenza virile
e una lucida severit di giudizi.
- Poveraccia - disse, alzando le spalle - 
una ragazzina che scherza a fare l'innamorata ed 
partita col piede sinistro.
- Ma forse  innamorata davvero!
- Credi? io no - concluse freddamente.
Ma non ci occupavamo soltanto di questi pettegolezzi
amorosi e l'episodio era stata un'eccezione
perch coinvolgeva uno di noi e scopriva - per
dire cos - il fianco del nostro gruppo ai commenti
della piccola citt. Lo studio e la scuola ci lasciavano
il tempo di lunghe discussioni, qualche volta
oziose ma sempre appassionate, su mille argomenti.
Agostino, che abitava in campagna, veniva su al
mattino con il fuoristrada di suo fratello e Odofredo,
la cui villa era a qualche chilometro da porta
Romana, era lasciato a mezza salita dall'auto del
fattore che poi se ne andava per gli affari del suo
ufficio. Alla sera ritornavano a casa in autocorriera
o a piedi, secondo il tempo e gli umori.
Invece di scappare appena possibile verso le citt
vicine, come facevano i ragazzi pi vecchi di noi,
ci incontravamo quindi nel fossato alberato della
Fortezza, nel bar di piazza del Capitano, nell'anticamera
della biblioteca civica, nell'androne del palazzo
dei Signori, senza appuntamenti prefissati. Raramente
frequentavamo tutti insieme le diverse associazioni
culturali che erano numerose ed efficienti, ma
ognuno di noi esercitava liberamente la sua scelta,
tranne Ranieri che era sempre presente ovunque si
riunissero pi di quattro persone, secondo il principio
che per arrivare occorre non farsi dimenticare.
Come sempre succede, la vera realizzazione del
gruppo nella sede offertaci dalla mamma venne tardi
per la nostra vita scolastica, nell'inverno che precedette
l'esame di maturit per Ranieri, Aldina e
Odofredo.
In dicembre io mi innamorai per colpa del veglione
e, come ho gi detto, anche quella vicenda si
svolse per me in quel mondo incantato che io credevo
d'aver trovato nella nostra cittadina.
Il veglione di Capodanno  un avvenimento quasi
storico che richiama in citt anche molti colligiani
stabiliti nelle regioni vicine e, unitamente al Palio
dei sacchi, che cade in agosto, raccoglie nell'organizzazione
anche i pi sofisticati intellettuali del
paese.
Per me era il primo ed aveva un incanto che non
ritrovai mai pi negli anni successivi. Tremavo di
gioia e di ansia pensando al ballo nella squisita
cornice settecentesca del nostro teatro, addobbato
quasi sempre con la supervisione di Odofredo, un
ballo d'altri tempi, pensavo, elegante e romantico.
Naturalmente la mamma, che aveva prestato alcune
cassapanche e qualche fioriera per la sistemazione
dell'atrio, si rifiut di presenziare alla festa in
veste di accompagnatrice di una figlia da marito -
o quasi.
- Viene la madre di Francesca, no? Non basta
per il cosiddetto occhio del mondo, se ancora esiste?
La povera mamma di Francesca, che da sei mesi
aveva cucito miriadi di gonne lunghe e di bluse di
lam per ragazzette e ragazzotte del paese, si mise
in palco, ben vestita di nero e rimase di sentinella
di tutte le virt, a conforto degli ambienti pi retrivi
del luogo.
Dichiarammo subito a Odofredo che faceva schifo
col solito maglione, canzonammo Agostino per
l'abito blu, lodammo la gonnellina a fiori di Francesca,
ma la comparsa di Aldina ci lasci senza fiato.
Era la prima volta che intuivamo come sarebbe
stata e l'avrebbero vista gli altri: una ragazza bellissima,
ricca, unica. Perfino Ranieri, che indossava
un doppiopetto da uomo di stato, sembr traballare
sul suo seggio di capo del comitato organizzatore e
giuro che entro di s cominciava a calcolare certe
opportunit.
- Quando Aldina ballava con Odofredo sembrava
di essere al cinematografo - disse con affanno
Francesca - peccato che lui abbia i pantaloni
vecchi e forse rappezzati.
In quel momento, mentre restavo sbalordita tra
sorpresa e anche invidia, incontrai l'amore.
Lui veniva ad invitarmi perch ci eravamo conosciuti
giorni prima nella scuola di musica, dove pareva
si occupasse dei ragazzini di un coro per la
rappresentazione scolastica. Proprio bellissimo non
era, ma mi ricordava un po' mio padre con la sua
aria sciolta e noncurante, con gli stessi baffi neri,
i capelli lunghi sul collo, il vestito corretto ma un
po' trasandato.
Ebbi un barlume di buon senso dicendo tra me:
Pare un romanzo! il veglione e lui,
E lui lo disse subito: -  deliziosa questa festa,
vien voglia di dire cose d'una volta. Credi che fuori
ci sia il chiaro di luna?
Io risi: - Minaccia neve e senti il vento,  pi
forte della musica.
Infatti, poich il teatro fa corpo con la Fortezza
al culmine della citt, il vento gli infuriava intorno
e le vetrate vibravano. Decidemmo di rimandare il
chiaro di luna.
- Se ti impegni ad aspettarmi, ritorno al Colle
col primo plenilunio.
Dopo averlo avvertito che probabilmente per qualche
mese non avremmo visto pleniluni, chiesi se abitasse
in citt.
- Ci abitavo, ora mi sto perfezionando all'Accademia
Chigiana di Siena e mi conviene abitarci
fino a che durano i corsi.
- Ma sabato eri qui.
- Certo, sono il nipote del canonico Albicci e
per fargli piacere ripasso la lezione ai suoi pargoli
cantori.
Meditai la notizia: il canonico Albicci abitava nel
palazzo Albicci con tutti i fratelli Albicci, preti o
almeno scapoli, meno uno. In quel palazzo era nato
un grandissimo teologo del seicento, ora beato e
prossimo santo, Albicci anche lui. La mamma ci aveva
comprato degli stipi e dei leggi perch i fratelli
avevano pochi soldi, ma in citt la gente li teneva
in grande considerazione, come una confraternita di
sopravvissuti.
- Studi musica sacra? - chiesi ingenuamente.
Lui parve quasi offeso. - Per ora composizione -
rispose seccamente, col viso scuro.
Quel ballo fin e venne Ranieri ad invitarmi, poi
Agostino e molti altri, conoscenze di citt e compagni
di scuola. Odofredo sedette cinque minuti accanto
a me, un po' annoiato.
Poi fu di nuovo Tito, e soltanto lui, fino alla mezzanotte,
con abbracci, spumante, stelle filanti, auguri,
e ancora Tito fino alle tre del mattino.
- Parto domani - disse congedandosi, quando
vide, seccatissimo, che il mio gruppo si accingeva
ad accompagnarmi a casa. - Parto domani ma sabato
sono di nuovo qui e ci vediamo. -
Aldina aveva la macchina di suo padre all'ingresso;
da un mese, avendo compiuto diciott'anni, possedeva
una bellissima utilitaria che metteva volentieri
a disposizione di tutti, ma l'occasione forse
richiedeva l'auto di famiglia.
Noialtri andammo a depositare la mamma di Francesca
alla porta di casa, Francesca le promise che
sarebbe rientrata subito dopo avermi accompagnata,
poi io e i ragazzi la riportammo indietro e poi
lei volle riaccompagnarci e su e gi andammo due
o tre volte dall'uno all'altro portone. Intanto, con
la neve, nasceva il primo giorno dell'anno nuovo.
Sembrava quasi che la festa di Capodanno avesse
provocato qualche cosa di nuovo, di cui per non
riuscivamo tra noi a renderci conto.
La pi vicina a tradire il gruppo fui io, perch
alla Befana, quando fummo tutti invitati a mangiare
porchetta e salsicce al podere di Agostino, ebbi la
tentazione di condurvi Tito.
Ma non potevo, non potevo essere io, l'ultima e
meglio accolta dei sei, a contravvenire alla regola
e andai sola. Quella sera certo non mi sentivo pi
allegra e soddisfatta e con sforzo dovetti far festa
alla tavola imbandita e alla buona cordialit di tutta
la famiglia di Agostino.
Neppure Agostino, del resto, sembrava sereno come
al solito. Fu quasi sgarbato quando il padre come
al solito lo chiam il nostro dottore, rispose male
al fratello ed attacc una sciocca e inutile polemica
con Ranieri su un avvenimento di politica locale.
Francesca pareva tra le nuvole, certo per aver ballato
troppo nei giorni scorsi e, con nostro enorme
stupore, contro ogni regola e abitudine, Odofredo
non si staccava dal suo fianco e quel poco che ball
fu con lei.
Come al solito Aldina era calma e gentile, allegra
al punto giusto, elegante al punto giusto, ma mi sembr
troppo pallida, forse perch aveva usato l'ombretto
azzurro sulle palpebre.
- Si vede che si avvicina la maturit per questi
ragazzi! - osserv tutta dispiaciuta la mamma di
Agostino guardando le salsicce e le focacce avanzate
- ma almeno voi che non l'avete, l'esame, perch
non mangiate?
Da parte mia, sebbene non riuscissi a dominare
i miei nervi, cercai di fare del mio meglio per mantenere
lieta l'atmosfera ed ero tanto chiassosa che
Odofredo mi disse con un risolino gelido:
- Se il tuo musicante ha questo influsso su di
te, mi congratulo con lui.
- Che influsso? Perch sono pi allegra di voi? -
risposi cercando di essere maligna.
- No, perch stai perdendo il tuo stile - mi
fer ferocemente.
Agostino ballava ora con Aldina, erano una bella
coppia, nonostante l'enorme loro diversit, ma non
si sorridevano che di rado e parlavano poco tra loro.
Quando uscimmo nel vasto cortile alberato che
circondava il casale, la poca neve era ghiacciata e,
al solito, si era alzato il vento, ma prometteva sereno.
- Io vado a piedi - dichiar Odofredo mentre
gli altri discutevano come entrare nell'auto di Aldina
evitando il fuoristrada che ci offriva Agostino.
Allora accadde qualche cosa di enorme che ci blocc
l sulla porta in uno stupore esterrefatto.
Francesca disse: - Vengo con te, mi vuoi?
E lui rispose: - Di - prendendole il braccio.
Probabilmente, se non avessi avuto il mio cruccio
personale, lo choc sarebbe stato ben maggiore,
ma anche cos non riuscii ad aprir bocca pensando
amaramente che non io, con mio vero sacrificio, avevo
tradito le leggi del gruppo, ma proprio Odofredo
che ne era in un certo senso il pi anziano fondatore;
Ranieri anche taceva col suo sorrisetto nascosto
e prese posto sul sedile anteriore, accanto ad
Aldina.
Allora Agostino sedette dietro, al mio fianco:
- Vi accompagno e ritorno a piedi,  una bella
notte fredda.
La mattina dopo, quando trepidamente cercavo di
farmi bella per il prossimo e sicuramente tempestoso
incontro con Tito, la mamma venne in camera.
- Senti, - disse con voce bassa e brusca, come
le accadeva qualche volta - tu sei abbastanza grande
per regolarti come vuoi, ma io voglio dirti una
cosa che pensavo gi da un po' di tempo.
La guardai nello specchio e vidi la perfetta pettinatura
un po' scomposta, segno certo di burrasca,
non risposi.
- Voglio ricordarti che certe sciocchezze, che a
Roma sarebbero state normali e anche divertenti,
qui non sono divertenti per niente. Questo  un paese
piccolo molto civile, molto moderno, molto anticonformista
in genere, specie tra gente del nostro livello,
ma resta piccolo, e dietro certe persiane c'
ancora gente che sa tutto e commenta tutto. Non
renderti ridicola,  tutto quello che ti chiedo, data
la nostra posizione di nuove venute.
Si guard nello stesso mio specchio, lisci con
la punta delle dita le sue ciocche leggere e violette,
torn ordinata, graziosa, serena:
- Capito? - e se ne and.
Dopo, ripensandoci, mi sono sempre meravigliata
che la mamma cos esperta, acuta, piena di tatto e
di giudizio, avesse commesso quel passo falso, adatto
precisamente ad acuire il mio antagonismo, a dare
colore di sfida al mio giovane amore.
Andai infatti incontro a Tito con spavalderia, discussi
con lui a voce alta, mi mostrai a tutti mentre
gli tenevo la mano quando la pace fu fatta.
Fu duro ritornare a scuola. Specialmente per noi che
avevamo ancora un intero anno scolastico da frequentare.
Rientrare in classe era un po' come andare
indietro, come essere di nuovo bambini sotto
tutela dopo un periodo di matura indipendenza.
La nostra scuola era ancora molto tradizionalista:
di solito, per conseguenza, uscivamo dalle aule con
un senso di sollievo e quella breve mezz'ora conclusiva
di sosta al cancello era tutta nostra, la pi
bella, forse, della giornata.
Ma Tito era rimasto ancora qualche giorno in
citt ed io, in quella tradizionale sosta al cancello,
gi cos piacevole e cara, ora friggevo di impazienza,
finivo per liberarmi di Agostino e Francesca e
correvo verso un punto qualsiasi di convegno, pi
spesso al caff Medici sul Corso, a quell'ora disertato
dai soliti pensionati che vi erano di stabile stanza.
Erano brevissimi istanti di felicit che talvolta
Tito sciupava con le sue impazienze e i suoi bronci
improvvisi. Io cercavo invano di fargli comprendere
la mia posizione di ragazzina ancora in famiglia e
quindi legata a regole domestiche che lui, pi anziano
di sei anni e - a quanto mi pareva - indipendente,
non voleva ammettere. In realt tutti i
miei sforzi tendevano a passare sotto silenzio gli obblighi
di abitudine e di affetto che mi legavano anche
ai miei amici della Fortezza, giacch egli sembrava
furiosamente geloso di loro e spesso insisteva
nel dire che non era possibile che ci fossero tra noi
rapporti tanto semplici e innocenti.
Aldina e Agostino erano i pi comprensivi e pietosi,
difendendomi contro i sarcasmi di Ranieri e
contro Francesca che tentava di dipingermi a fosche
tinte un avvenire a palazzo Albicci con la suocera
quasi monaca e il santo di famiglia a capo al letto.
Odofredo sembrava disinteressarsi, talvolta alludeva
alle cose che capitano alle ragazzette ignoranti,
ma nel suo caso tutti nutrivano un po' di rancore per
il fatto della notte della Befana e fngevano di non
considerarlo degno di considerazione, almeno per il
momento.
Si vedeva benissimo che Francesca fremeva per
la voglia di raccontarmi come era andata in quella
benedetta notte. Una sera, che era capitata a casa
mia per avere un libro e mi aveva trovata avvilita
ed afflitta pi del solito, si lasci cadere lunga e distesa
sul divano sospirando:
- Lo so, non sono tutte rose e fiori. Sono strampalati,
questi uomini, te lo dico io!
Poich non rispondevo, sbott:
- E io, che cosa credi che abbia fatto, la sera
della Befana? Odofredo, ti confesso, mi piace ed
era stato carino quando ballavamo, tanto che ci avevo
fatto un pensierino... hai visto mai?
- E allora? - non potei fare a meno di domandare.
- Allora, per la strada mi teneva stretta, anche
perch faceva un bel freddo, tanto che io gli ho detto:
Se passiamo da te prima di salire in citt, mi
fai scaldare un poco?.
La guardai stupefatta. - Ti sei invitata da te, a
quell'ora?
- Eh, cara mia, chi non risica non rosica! Del
resto tutti sappiamo che vive solo in villa, non disturbavo
certo conti e contesse.
Pi che astuta come voleva credersi, poverella,
mi pareva terribilmente ingenua, persino sciocca in
quella sua sfrontatezza, che per nascondeva una
forzatura.
- E com' andata? - chiesi un po' incerta.
- Mi ha detto subito di s e siamo entrati nel
cortile, lui ha preso la chiave ed ha aperto... indovina
che porta?
- Oddio, la camera da letto! - cercai di scherzare.
- No, bella mia, la cucina del casiere, ha aperto,
dove c'era il fuoco acceso, e i cani intorno al
camino. Abita nella palazzina del casiere, capisci,
la villa  chiusa!
- L'avevo sentito dire, che i suoi non stanno
con lui.
- Questo lo sanno tutti. I suoi si godono la vita
e i quattrini finch ne hanno. Vogliono passare un
fine settimana a Acapulco? ci vanno, o uno va a
Acapulco e l'altro alle Seychelles, jet society, capisci.
Lui l'ha detto tante volte, che preferiva stare
qui tutto l'anno, solo come un cane piuttosto che
sopportare la baraonda di Roma. Naturalmente non
ha detto proprio cos, l'ha fatto capire. Ma abitare
addirittura dal casiere, con venti stanze a sua disposizione!
- Ci star pi caldo, almeno. Ma continua, e
allora?
- Niente. Ha preso sul fornello un pentolino di
latte che ci stava preparato, l'ha fatto scaldare e mi
ha detto: Questo ti mette a posto, poi imbacuccati
bene che ti porto a casa.
- Tutto qui?
- Tutto qui. Appena un bacetto di sfuggita sulla
porta, con gli auguri, ed io sono rimasta come
una cretina. Ma non  finito, sai. Sono sicura di piacergli
e tanto far che...
La interruppi, d'impeto, con tutta l'amarezza nata
dal mio caso personale:
- Senti, Francesca, non mi avevi detto che si
era d'accordo che tra noi sei non dovevano nascere
pasticci di questo genere?
- Senti tu, Elisabetta, l'amicizia va bene e ci
tengo, ma debbo pensare anche a me stessa. Siccome
sono bellina e abbastanza intelligente - o
furba, se vuoi - non mi va di invecchiare in un
impiego e di diventare la moglie dell'esattore o del
contabile. Voglio un marito bello, ricco e se  nobile
ancora meglio. Per ora a Odofredo piaccio
soltanto, ma ho capito come va preso e non ho paura,
insister e riuscir. Guarda:  come se ti invitassi
gi al mio matrimonio!
- Tu parli dell'accordo tra noi - continu
ancora Francesca con aria cattiva - e io voglio
dirti una cosa che non  poi un segreto cos segreto:
non te ne sei accorta che Agostino ha preso una
gran cotta per Aldina? Il disgraziato non ci riuscir
mai, ma se riuscisse a filare con Aldina, credi che
si farebbero scrupolo del grande accordo dei Sei?
- Mamma mia - gemetti - anche Agostino!
- Vivi proprio nelle nuvole. Mi sa che tu credi
che noi, qui, in una piccola citt, siamo tutti santi
o cretini!
Come al solito l'acutezza di Francesca era penetrata
fino in fondo, superando tutte le mie difese.
- Non  questo - tentai di nascondermi ancora
-  che io alla nostra amicizia cos bella e chiara
ci credo e mi sembra che...
- Che dobbiamo fare voto di castit perch apparteniamo
alla venerabile confraternita della Fortezza?
Non ti illudere, bamboccia! Del resto,  inutile
crucciarsi per Agostino: gli passer se si mette
a ragionare. Anche se lui  abbastanza ricco, gli ci
vogliono pi di sei anni per la laurea e Aldina non
aspetter sei anni a sposarsi. Al massimo, potrebbero
imbastire un pasticcetto, ma tu la vedi Aldina
passeggiare su i viali per mano ad Agostino?
Arrossii violentemente, come se fosse stato fatto
un confronto offensivo per me, che per i viali passeggiavo
con Tito, anche se eravamo sempre troppo
occupati a discutere per tenerci per mano.
- Gli passer se si metter a ragionare - aveva
detto Francesca di Agostino, ma, nel caso mio, io
non volevo ragionare, perch ragionando, come finivo
per fare inconsciamente, il mio grande amore mi
pareva ad un tratto un po' grigio, proprio come sarebbero
stati, nei prossimi giorni, i nostri incontri
al caff Medici o altrove, sotto la gelida pioggia invernale.
Fortunatamente quel sabato fu possibile incontrarci
alla scuola di musica dove i pargoli del canonico
Albicci fecero la prova generale del coro e poi
se ne andarono, lasciandoci soli.
Tito si mise al pianoforte e cominci a suonare,
vorrei dire per me, e in verit solo per se stesso.
Suonava assai bene, con tecnica impeccabile e
impetuoso sentimento, tanto che ne ero suggestionata
e mi lasciavo trascinare in un delizioso smarrimento,
guardando le sue dita sulla tastiera.
Di tutte le ore passate insieme quella fu certo la
pi bella, forse perch nei giorni precedenti mi ero
sprofondata nell'ombra dei dubbi ed ora ne uscivo
ritrovando, mi pareva, il mio amore salvo per miracolo
da pericoli oscuri.
Quando venne il vecchio bidello a chiudere le finestre
uscimmo in silenzio. Davanti a noi brillava
la grossa lanterna dell'Androne, mi feci coraggio per
non pensare alle reazioni della mamma e per prolungare
la delizia di quelle ore proposi:
- Vieni da me nel nostro studiolo? Ti faccio un
bel caff e possiamo stare insieme ancora un poco.
- Egli si arrest un attimo, quasi riluttante come
se - pensai atterrita - giudicasse che eravamo stati
insieme abbastanza, poi entr al mio fianco.
La mamma sedeva in bottega con una sua amica
di Siena, venuta a trascorrere con lei qualche giorno;
vidi l'ospite chinarsi e bisbigliare certo un chi
 cui la mamma rispose alzando gli occhi al cielo.
Salutarono freddamente agitando la mano ma non
ci rivolsero la parola. Appena entrato nello studiolo,
Tito annus l'aria:
- Che cosa strana! questo  un ambiente messo
su da donne moderne, voi vivete in maniera libera
e aperta - o almeno credo cos, eppure qui dentro
c' lo stesso odore di casa mia: odore di vecchio.
- Ma Tito, per forza, questa  una bottega d'antiquariato!
- No no, non intendo questo:  l'odore del nostro
maledetto paese, che mi fa sempre scappare. Tu
fa presto a sposarti, prima che ti si attacchi, e scappa
via. Qui mi sembri sprecata.
Sentii come una punta fredda nel cuore, uno scoraggiamento
che mi piombava sulle spalle scacciando
una folla di inespresse e dolci speranze, di taciti
sogni.
- Sar perch sei ancora ragazzina ed hai avuto
esperienze da ragazzina - sentenzi lui alzando
le spalle - e ti trovi bene tra gli amichetti di scuola.
Per me  diverso: se Dio vuole, sono riuscito a
liberarmi da tutte le ragnatele. Sono state battaglie,
sai, alla fine li ho ricattati tutti: Se non vi va me
ne scappo a Milano e cerco di campare a modo
mio. Dovevi sentirli! Le donne, la droga, senza
contare i pericoli di incidenti stradali,  incredibile
come fossero documentati su certi argomenti. Cos
il fatto che io andassi soltanto a Siena  diventata
la migliore soluzione, in un luogo chiss perch pi
sicuro. Per me  gi qualcosa,  un trampolino di
lancio e a Milano andr certamente quando me li
sar lavorati a dovere.
Io avevo tanta rabbia in corpo che non parlai
pi; lui sbadigli un poco poi si alz:
- Me ne vado, se no tua madre penser chiss
che.
Mi sal alle labbra una risposta velenosa: la gente
di palazzo Albicci avrebbe pensato chiss che,
non certo mia madre, dominai l'impulso, gli feci una
lieve carezza sulla guancia:
- Siamo stati tanto bene, oggi, vero?
- S s, ma ora  tardi, ciao, a domani - si
guard intorno, mi strisci sulla tempia un piccolo
bacio guardingo e se ne and con freddo inchino
alle signore.
Non gli avevo fatto neppure il caff.
Quando pensai che fosse ormai lontano, salii in
camera, mi legai un fazzoletto in testa, presi l'impermeabile
pesante e ridiscesi.
- Vado un momento da Aldina, torno subito -
dissi alla mamma e lei rispose calma:
- Scusa la mia curiosit, non usano pi le lezioni
a casa?
- Domani  domenica e poi rientro tra un quarto
d'ora.
Mi cacciai a capo basso nella pioggia; andare da
Aldina era stata una scusa, ma quando fui in piazza
mi diressi veramente in quella direzione.
- Buona sera, Elisabetta, Aldina  di l che studia
con Ranieri.
Mi scusai di disturbare, il prossimo esame di maturit
avrebbe potuto rappresentare l'inizio di una
frattura tra noi e ne avevo tanta pena: guardai con
affetto perfino Ranieri che in un impeccabile maglione
svedese, con sotto camicia e cravatta, sfogliava
un quaderno di appunti.
Chiesi ancora scusa, dissi che cercavo un libro
da leggere in serata perch alla televisione c'era un
programma che non mi piaceva e frugai per cinque
minuti nel solito scaffale fornitissimo.
- Ecco fatto, ti ringrazio e scappo a casa.
Ranieri chiuse il suo quaderno.
- Se aspetti un minuto vengo con te, per oggi
sarebbe ora di lasciar perdere. - Dopo i saluti abbandonammo
Aldina ancora intenta sui suoi appunti:
- Io continuo fino all'ora di cena, cos attacco
anche il programma di domani.
Uscimmo sul corso che l'oscurit era calata del
tutto, aveva smesso di piovere e faceva un po' meno
freddo. Ranieri mi prese il braccio, quasi appoggiandosi,
come se risentisse di tutta la stanchezza
del giorno e dello scirocco.
- Non vedo l'ora di levar di mezzo questo esame,
certe volte mi pare come un tronco che sbarra
la strada. - Resa affettuosa dalla mia melanconia
chiesi:
- Dove andrai all'Universit?
- Io spero a Roma;  meno comodo e pi costoso,
ma a Roma avrei maggiori possibilit, perch
conosco qualcuno che potr aiutarmi.
Era come sentir ripetere il ritornello di una canzone
udita poco prima, ma il tono era diverso: non
vi era in esso rabbia o rancore, ma solo una determinazione
netta che avrebbe avuto il suo prezzo di
sacrifici e di rinunce.
- E farai l'avvocato? - sentii il suo braccio
con trarsi leggermente sul mio.
- Non lo so, per ora mi serve una laurea e quella
in legge richiede pochi anni. Salter fuori qualche
cosa, ma ci che far per ora non  interessante;
dimmi di te, tu parli sempre tanto poco di te.
-  che non ho nulla da raccontare. Se dovr
iscrivermi all'universit, a suo tempo, credo che sceglier
Siena.  pi vicino e meno impegnativo.
- E a Siena c' Tito Albicci, vero?
Perch dovevo nasconderglielo?
- Anche per questo. - Lui mastic tra s per
un attimo, poi disse stranamente esitante, quasi avesse
paura di essere considerato maligno, come al solito:
- E tu sei sicura che tra un anno ci sar ancora?
Vuoi condizionare tutte le tue scelte ad una
storia che dura solo da qualche mese?
- Per il momento  cos... - risposi stancamente.
Cominciammo a salire la cordonata che porta
alla piazza del Capitano, dopo un lungo silenzio Ranieri
parl pacatamente:
- Senti, Elisabetta, io parlo perch tu sembri
tanto indifesa e non per malignit, come voi dite
che faccio sempre. Vedi, io ho in mente progetti ben
definiti e li realizzer ad ogni costo e con tutti i
mezzi. Capisco che questo mi condanna all'aridit
ed all'incuranza verso gli altri, sono pieno di difetti
ma ho una virt ben radicata e chiara: il buon senso
e la lucidit dei giudizi. Mi prometti di credermi
se esercito questa virt in tuo favore?
Cercai di essere disinvolta e risi:
- Fa pure, per quel che serve!
- Ecco, per quel che serve: io non voglio fare
salvataggi, ti dico solo la mia: lascia perdere Tito
Albicci.
- E perch?
L'indomani non vidi Tito, mi telefon verso le nove
- Perch potrebbe darsi che Tito fosse un contestatore
per natura, ma pi probabilmente ci  diventato.
Sarebbe successo a tutti con quel tipo di
famiglia. Dunque,  un contestatore non costruttivo
che manca assolutamente di punti fermi che non siano
il rifiuto del suo ambiente. Non combiner niente
se non cose arruffate che avranno per solo scopo
la ribellione ai suoi e non gli gioveranno. Far del
male a te, sempre per distruggere un mondo che odia
ma di cui non riesce a liberarsi.  un uomo sbagliato,
in parole povere, anche se sono convinto che 
davvero un artista che potrebbe avere un grande avvenire.
- Non  come te, insomma.
- No, cara, non  come me.
Io non potevo rispondere: anche per me il discorso
di Ranieri era come un tronco improvvisamente
caduto a sbarrare la strada, ma dentro di me,
e me ne meraviglio ancora, prevaleva lo stupore che
egli avesse parlato cos, nell'intenzione di proteggermi.
Non era possibile ribattere sia con l'indignazione
sia con lo scherno.
- Vedi - egli osserv col solito risolino sardonico
- se stai zitta vuol dire che ho ragione, e che
tu sei proprio quella che io credo. Di, Elisabetta,
ripensaci... alla storia dell'universit di Siena, oppure
vacci per una decisione ragionata e ragionevole.
Per ora tira a campare con Tito, se ti va.  l'avvenire
che non bisogna ipotecare con sciocchezze.
Adesso vai a dormire e mandami un accidente.
Batt con la mano sulla mia spalla e se ne and
fischiettando, cos quadrato e maturo per la sua et,
con l'imbarazzo - ci giurerei - di aver fatto una
cosa che non poteva servirgli a niente.
per avvertirmi che aveva da fare. Naturalmente,
mentre la sera prima mi ero proposta di non farmi
viva con lui, in modo che capisse di essersi comportato
male, la sua iniziativa di mancare al solito
appuntamento mi diede la disperazione e la smania
di vederlo. Ripassai alla stracca le poche lezioni per
il giorno seguente e uscii in cerca di qualcuno dei
sei; incontrai Agostino con in mano, bene incartato,
un fascio di rami di calicanto appena fioriti.
- Mia madre mi ha incaricato di portarli alle
suore di Santa Agnese, ma proprio mi ripugna di
attraversare tutto il paese con il mazzolin di fiori.
Portali tu, per piacere.
Odorai con delizia quel profumo stranamente sofisticato:
- Sono bellissimi, Agostino!
- Allora sai che facciamo? Tienine tu la met
e l'altra met la portiamo a Aldina e poi me la spiccer
con la mamma. Tanto, le monache non le vede
fino alla prossima domenica.
Ebbi il cattivo sospetto che i fiori fossero destinati
in partenza a Aldina mentre a me era destinata
la commediola delle monache, ma Agostino era tanto
poco machiavellico che finii per credere a tutto.
Ci avviammo verso la casa di Aldina, ma la incontrammo
sulla salita, prese i fiori tutta contenta, tenendoli
un po' alti a lato del viso. Era uno spettacolo
di eleganza e di fresca bellezza, Agostino la
guardava battendo le palpebre.
- Ora li porto a casa, poi vado a messa a San
Ranieri. Venite anche voi?
Sal in casa e ridiscese in un attimo: era colorita
e pareva pi vivace del solito, la sua gioia si rispecchiava
nel povero nostro ragazzone tanto che, per
non turbarla, finsi anch'io di essere allegra e serena,
cos vivemmo tutti e tre, forse, le nostre finzioni.
La gente bene sceglie la messa delle undici a San
Ranieri per adempiere al precetto domenicale e fare
una piacevole e poetica passeggiata, oppure per il
gusto di lasciare una bella macchina in fila sul prato
tra altre belle macchine.
A quell'ora, quindi, il luogo  affollatissimo. Scambiammo
chiacchiere e saluti fino alla terza campana
e poi entrammo con gli altri.
- Guarda gli Albicci.
Erano in fila nel primo banco di fronte all'altare:
due signori non giovani, decorosamente vestiti, con
le mani giunte sulla balaustra dell'inginocchiatoio,
assorti e compunti. Tra loro una signora, anch'essa
non giovane, magra, chiusa in un ampio soprabito
grigio, la testa e il collo avvolti in un velo di merletto
nero, teneva il viso chino sul messale aperto
tra le palme e muoveva impercettibilmente le labbra.
Non erano ridicoli n brutti, ma solo tristi, antichi,
come gravati da una perpetua melanconia e
parevano tanto lontani dagli altri quanto le solenni
volte classiche dal frivolo barocco degli altari.
Dopo l'elevazione, alzandosi dall'inginocchiatoio,
la signora volse gli occhi lungo la navata e ad un
tratto li immobilizz su di me, neri, assorti, quasi
interrogativi, mentre le labbra interrompevano la
preghiera. Quell'involontario incontro di sguardi dur
un attimo, poi, piano piano l'attenzione ritorn
sul messale.
Quasi cercando una buca per sprofondare sotto
terra, guardai intorno smarrita e lo vidi, lui, Tito,
in piedi presso il portale, in area neutra, quasi volesse
e non volesse partecipare al rito, con la faccia
tempestosa, gli occhi alzati e fissi alla cupola e allora
mi prese di colpo un convulso di riso e di pianto,
una gran piet di lui, un desiderio di consolarlo
e insieme di canzonarlo. Riuscii a dominarmi ed a
seguire la messa sino alla fine, poi arretrai piano piano
verso la porta secondaria trascinandomi dietro
Aldina e, naturalmente, Agostino. Non so ancora
oggi se mi aveva vista o no.
Nessuno di noi alluse alla piccola tragedia, anzi,
Agostino ridendo mi salv da ulteriori emozioni proponendo:
- Si sale sul campanile? Oggi la vista deve essere
fantastica.
Salimmo i centoventi scalini del campanile per
uscire sulla prima loggetta e restammo un po' a
contemplare dall'alto; poi riscendemmo trovando
via libera sul sagrato, sgombro di macchine e di persone.
Ero gi pi calma e posso dire che l'aver scoperto
che Tito era uno strano contestatore-conformista
non mi sconvolgeva quanto il ricordo di quello sguardo
materno, acuto ed interrogativo, che non riuscivo
a togliermi di mente e che non mi lasci per tutto
il giorno.
Nel pomeriggio ci riunimmo tutti e sei all'Androne
per sentire qualche disco; Aldina e Agostino mi
trattavano come un vaso di vetro pronto a rompersi,
gli altri non si accorsero di nulla.
Verso le dieci, mentre stavo per andare a letto
con una tavoletta di cioccolata e un libro, mi telefon
Tito:
- Sei ancora alzata? Scendi un momento che ti
saluto, domani torno via.
Scesi senza esitazione, schiusi appena il portone
e restai sulla soglia. Dopo dieci minuti ci augurammo
la buona notte dicendoci a rivederci al prossimo
sabato.
I giorni seguenti furono i giorni di Odofredo. Le
nostre lezioni avevano termine alle undici e mezzo,
quelle delle terze a mezzogiorno e di solito aspettavamo
gli altri nell'atrio. Venendo verso di noi con
un sorriso forzato, quel luned Odofredo avvert:
- Mi dispiace di avervi fatto perder tempo ad
aspettarmi ma debbo andare a casa per colazione, 
arrivata mia madre.
- Allora stasera non torni su? - domand Francesca
delusa.
- Credo che verr con lei. A proposito, Elisabetta,
vuoi dire a tua madre che passeremo all'Androne
per spese? Se le signore la faranno lunga, noi
potremo vederci al bar.
- Mia madre - continuava lui quasi volesse
giustificare la sua defezione - ha intenzione di sistemare
a nuovo un paio di stanze.
- Per te? - chiese maliziosa ed agitata Francesca
e rimase di stucco quando Odofredo assent
tranquillamente.
- Credo proprio per me. Per combinazione compio
diciott'anni mercoled e lei considera il fatto molto
propizio e adeguato per fare qualche spesa.
Lo subissammo di auguri, di abbracci e di congratulazioni
e decidemmo di vederci sul tardi del
pomeriggio al bar per festeggiare. Francesca era diventata
nervosa; certo sarebbe stata lieta di trovarsi
sola con Odofredo per saperne di pi e giocare le
sue ingenue carte scoperte, ma restammo tutti uniti
e non furono possibili dialoghi confidenziali.
Anche la mia mamma rest un po' scossa nella
sua calma olimpica: la contessa era stata sua buona
conoscente al tempo di Roma e, subito dopo la nostra
sistemazione a Colle San Ranieri, l'aveva incaricata
di qualche buon acquisto nei dintorni., ma
ora si trattava di comperare direttamente all'Androne
ed entravano in ballo contemporaneamente orgoglio
e desiderio di guadagno.
Passava su ogni oggetto quasi affettuosamente
una morbida pelle di camoscio quando Odofredo arriv
con sua madre che guidava una Alfetta scura e
quando ne scese mi parve, l per l, una ragazzetta
in pantaloni, con il capo fasciato sino alle tempie
da un largo fazzoletto colorato.
Abbracci gentilmente la mamma, mi pass un
dito sulla guancia a modo di carezza constatando:
- Sei cresciuta, eh? - poi si guard intorno.
- Delizioso! Ti sei sistemata bene, beata te!
Questa sarebbe la mia vocazione.
Odofredo le stava alle spalle un po' rigido, straniero
a me come se lo vedessi per la prima volta e
mi accorsi che questo, improvvisamente, mi faceva
soffrire.
- Vieni di l? - lo invitai cercando di vincere
quel senso di malessere. - Facciamo due chiacchiere
mentre le mamme parlano.
Sedemmo di fronte, nel nostro studiolo e non sapevamo
che dire.
- Scusa, per, Odofredo. Non ho pensato che
se la mamma compera l'arredamento per le tue stanze
tu vorrai scegliere con lei.
Alz le spalle.
- Lei dice le tue stanze perch fa tanto madre
premurosa. In realt sa che io sto benissimo
dove sto e che sarei matto se, in pieno inverno, andassi
ad abitare in villa. Da tanto tempo voleva riattare
quei locali rimasti vuoti dopo la morte della
nonna e forse in questo momento ha un po' di quattrini
da spendere.
Ero piuttosto imbarazzata, anche perch quei
quattrini sarebbero stati spesi nella mia bottega e
la mamma, per di pi, era di mano pesante con i
prezzi. Odofredo, con il suo fine intuito, cap quello che sentivo e sorrise:
- Sai, la nostra famiglia sta andando in malora
ma non certo per gli acquisti di oggi. Sono anni che
va cos, da quando la nonna  morta. Del resto, non
posso accusare nessuno: mio padre e mia madre sono
due persone simpaticissime, la loro vita 
fondamentalmente pulita a differenza di quella di molti
altri, ma sono fatti cos. Prudenza e previdenza, dice
mio zio prete, non si imparano a met strada.
- E tu non puoi... cercare di...
- Far che? Metterli a regime di economia? In
questo senso mi sento troppo giovane e disarmato.
Cerco di vivere, io, da povero come forse sar in
vecchiaia, che altro?
- Da qui alla vecchiaia - risi - avrai provveduto
comodamente a te stesso.
- Certo. Per questo mi sono messo a studiare
seriamente e per mia fortuna ho inclinazione alle
materie scientifiche, cos che mi si aprono varie strade.
Contare su questo  gi un conforto.
Mi balenarono in mente i propositi di Francesca
e mi parve di essere molto astuta tastando il terreno:
- Ma per fare una carriera scientifica, come certo
vuoi fare, ti ci vorranno tanti anni e dovrai rinunciare
ad altre cose...
- Per esempio?
- Pensi che non vorrai bene a nessuno?
Capivo di arrossire e mi sentivo ingenua e
scioccarella di fronte alla sua maturit.
- A qualcuno - rispose con un sorriso un po'
tirato - mi potrebbe capitare di voler bene, come
tu dici alquanto semplicisticamente, ma - alz le
spalle - come ti ho detto credo di non aver fortuna.
Ci chiamavano e rientrammo in bottega. La mamma
appuntava sul suo registro una nota per il restauratore,
la contessa fumava con gli occhi al soffitto.
- Fredo - avvis con voce stanca - questa
roba arriver in villa non prima del prossimo mese,
tu mi avvertirai in tempo con una telefonata ed io
ritorner al Colle per sistemarla.
Si alz stiracchiandosi e rest un poco in piedi,
spalla a spalla con il figlio, rivolgendosi alla mamma:
- Anche lui cresce, Caterina. Siete amici, vero?
- si interruppe volgendosi a me - e ne ha degli
altri qui, per fortuna. Perch non venite mercoled
gi da noi ad assaggiare il nostro vino nuovo? Faremo
festa a Odofredo, perch purtroppo gioved io
debbo ripartire.
La accompagnammo all'ingresso. Di fronte, sulla
porta del bar c'erano gi gli altri, meno Ranieri
occupato in chiss quale faccenda. Odofredo li chiam
e educatamente, poich era la sola che sua madre
non conoscesse, le present Francesca. La contessa
ripet il suo invito:
- Ne avete altri, di amici, o siete sempre voi sei?
Avuta assicurazione che eravamo sempre noi sei,
sal nell'Alfetta di cui Odofredo teneva aperto lo
sportello, mentre l'avvertiva:
- Se non ti dispiace vengo gi pi tardi.
- Bene, ciao a tutti e a presto!
Agit lietamente la mano, gir sulla piazza con
una bella manovra, imbocc il Corso in discesa.
Noi restammo un poco l in piedi. Francesca aveva
gli occhi lucidi ed era tutta vibrante, infil di
prepotenza una mano sotto il braccio di Odofredo:
- Andiamo a festeggiare - propose forzando
l'allegria.
Odofredo le batt un colpetto sulla mano:
- Sei avida di festeggiamenti, fanciulla. Suvvia,
alle bicchierai - e ci spinse verso il bar.
Il ricevimento, come Francesca voleva chiamarlo,
cominci con una certa freddezza impacciata, ma
poi, giacch eravamo sempre noi sei, finimmo per
comportarci come se, invece che nel bel salone ammobiliato
in autentico stile impero, fossimo riuniti
nel nostro solito studiolo.
Francesca, che era molto carina in un nuovo completo
di maglia, chiese audacemente di vedere le
stanze e fu accontentata: osservava quasi con avidit
i mille particolari di lusso e soprattutto, nelle
camere da letto, le fotografie sparse qua e l con il
conte e la contessa a bordo di un panfilo, o su una
spiaggia chiss dove o a cavallo.
Facemmo una lieta merenda, raffinatamente rustica,
ballammo un poco, parlammo di scuola, di studio,
della crisi in atto nell'amministrazione locale di
cui Ranieri conosceva i retroscena con tanta minuzia
da sfiorare il pettegolezzo. Era chiaro che ci metteva
dentro tutta l'anima, in quelle cose, ed io feci
osservare ridendo a Odofredo che lo vedevo gi, con
la sciarpa tricolore annodata sullo stomaco, posare
una corona d'alloro sulla lapide di Garibaldi.
- Per conto mio, non ce lo vedo solo sindaco
- osserv placidamente Aldina -  troppo poco.
Io lo vedo consigliere delegato di una grande societ,
o sottosegretario e magari ministro.
- Cala cala - ammon Agostino. Ranieri lo
guard bene in faccia:
- Tu non credi che sia possibile? - chiese freddamente.
Aveva ripreso a far freddo e sulle strade semigelate
i passi suonavano di lontano; con Tito ci vedevamo
preferibilmente alla scuola di musica, ben riscaldata,
o al caff Medici, dove ci si sedeva accanto
a una grossa stufa di ferro, spostandoci quando avevamo
un fianco quasi cotto per offrire l'altro al calore
rovente. Finite le passeggiate per i viali, si parlava
quasi sempre della stagione dei concerti alla
Chigiana.
- Vorrei che tu passassi una giornata con me a
Siena: tutta una giornata - diceva Tito - ti farei
conoscere i miei amici e potremmo fare una scorpacciata
di musica. Ma forse sar possibile risolvere
il problema in primavera: mi faccio la moto.
- Oddio, Tito, la moto...!
- Perch no? Naturalmente sar di grossa cilindrata.
Con la stessa spesa, o anche meno, potrei
avere un'utilitaria, ma vuoi mettere la soddisfazione
che d la moto? Tu staresti comoda sul sellino,
senza pericolo perch io sono bravo, sai.
A parte il fatto di percorrere una lunga distanza
appesa a un veicolo rombante, idea che mi faceva
rabbrividire, pensavo che una moto di grossa cilindrata
sarebbe costata molti denari.
- I tuoi, che hanno tante paure, sono d'accordo? -
chiesi curiosa.
- Aspetto il momento opportuno. C' in aria un
grosso affare, in casa mia, e appena arrivano i quattrini,
rilancio l'idea di Milano per rinunciarvi in
cambio della moto.
Al solito, evitai di indagare e di discutere: ero
arrivata al punto di rifuggire vigliaccamente da
ogni contrasto pur di ottenere un'ora di serena vicinanza
col mio ragazzo.
Una luce sul grande affare che doveva far ricca
la famiglia degli Albicci mi giunse inaspettata e non
cercata in una conversazione con Agostino. Si stava
parlando del tempo cattivo che ci impediva di incontrarci
all'aperto e si progettavano le passeggiate
che avremmo fatto non appena venuta la primavera.
- Mi dispiace che non sia possibile adesso -
disse Agostino - avrei voluto che veniste con me
alla Carona per una mezza giornata.
- Che ci vai a fare, alla Carona? - chiese Odofredo.
- Pare che gli Albicci vogliano venderla. Hanno
ragione, perch la casa  enorme e costosa e la
terra va sorvegliata da vicino, cosa che loro non
fanno da un pezzo.
- E tu la compreresti?
- Non certo io, mio padre. Lui ha sempre pensato
che la terra non va divisa e mio fratello ha
praticamente dedicato tutta la sua vita a quella che
possediamo adesso. Pap crede che sia ora di provvedere
a me e che, anche se far il medico, mi spetti
una propriet separata. Ecco perch tiene d'occhio
la Carona.
- Accidenti - scoppi Francesca - la chiami
un po' di terra! Un casale grande come una caserma
e tutta quella vigna e gli olivi e il grano...
-  tutto andato quasi in malora, a dire la verit.
 roba trascurata da dieci anni e per riparare
solo il casale ci vorranno milioni. Per questo pap
ci sta un po' freddo e vorrebbe fare un sopralluogo
approfondito.
Io domandai con voce mortificata:
- E gli Albicci vendono tanta roba?
- Ci sono costretti, sono stati per anni nelle mani
di fattori che si sono arricchiti e la Carona rappresenta
un passivo enorme. Se Tito...
- Andremo alla Carona appena far bello - interruppe
precipitosamente Odofredo - per ora che
ne direste di un poncino bollente?
Agostino arross: il suo ragionare da contadino
gli aveva fatto dimenticare la mia presenza ed ora
ne era confuso e desolato. Sbirci Aldina come se
si aspettasse una condanna severa e Aldina gli sorrise
gentilmente:
- Ce lo paghi tu, il poncino?
Era entrato il Carnevale e nelle nostre merende il
pane dei Morti con i ciccioli di maiale e l'uvetta aveva
lasciato il posto ai cenci fritti a forma di nastri
e di nodi.
Ci fu un veglione in maschera al teatro e io avevo
invano pregato Tito di venire in citt per quell'ultima
sera di Carnevale, ma aveva rifiutato con
la scusa che in casa sua il giorno delle Ceneri era
lugubre da morire.
- Se vengo debbo sorbirmi tutte le penitenze e
i digiuni, preferisco rinunciare. - Compresi che
probabilmente a Siena avrebbe festeggiato il marted
grasso con i suoi amici e rimasi di cattivo umore
per tre o quattro giorni.
Comunque non andai al veglione: la sera del luned
la mamma, che era andata in un borgo dell'Amiata
dove le era stato segnalato un lotto di
mobili appartenenti ad un vecchio monastero, fu
bloccata dalla neve e rimase in macchina, al freddo,
per qualche ora. Rincas con un febbrone, e dovette
mettersi a letto, al caldo, combattendo i brividi
a forza di vino speziato e di borse d'acqua bollente.
- Sarebbe ora - sospirava battendo i denti -
che tu mi aiutassi in questo lavoro, certe volte mi
pare proprio di non poterne pi. - Io fermai il
medico mentre usciva dalla camera e gli chiesi un
parere sincero.
- Effettivamente, tua madre si strapazza troppo,
non le riesce di star ferma un momento. Di questa
stagione si mette a caccia per la montagna, roba
da matti! E non mi soddisfa affatto: ha la pressione
un po' altuccia e il freddo non giova alle arterie, il
cuore  forte ma non tanto, io gliel'ho detto da un
pezzo!
- La pressione alta? A me non ha mai detto
niente.
- Beh, a mio parere non c' da allarmarsi, si
tratta di una donna ancora giovane, ma in queste
condizioni va controllata.
Restai accanto a lei curandola senza affaccendarmi
troppo perch, al suo solito, non si irritasse, e
rinunziai al veglione.
Mi raccontarono poi i ragazzi che solo Francesca,
Ranieri e Odofredo ci erano andati. Ranieri, al solito,
perch faceva parte del comitato organizzatore,
e Odofredo perch Francesca lo aveva scongiurato
di accompagnarla, con mille moine.
Non so di preciso quello che avvenne quella sera,
non andai a scuola per tre giorni finch dur la febbre
della mamma e vidi i miei amici di sfuggita,
quando l'uno o l'altro si affacciavano all'Androne
per chiedere notizie. Quando la mamma cominci
ad alzarsi era quaresima e le campane del Duomo,
insistenti, ci assordavano facendo piovere sulla citt
i loro tocchi melanconici.
Tornai a scuola con una specie di ansia liberatoria
e purtroppo non trovai neppure l un'atmosfera
consolante.
Tra Odofredo e Francesca doveva essere avvenuto
qualcosa, i loro rapporti apparenti non erano mutati,
anzi, vi era tra loro un accentuato scambio di
affettuosit, ma Odofredo era nervosissimo.
Da parte sua, Francesca parlava assai poco e sembrava
pi pallida del solito.
Io aspettavo che venisse il momento adatto alle
confidenze, poich sarebbe certo venuto, ma intanto
sentivo accrescersi il malessere, come se qualcosa di
sgradevole minacciasse noi tutti.
In questo stato d'animo c'erano dei giorni in cui
mi pareva di essere fermamente decisa a farla finita
con Tito e dei giorni in cui mi pareva che, rinunziando
a lui, avrei perso qualcosa di molto importante.
Il primo sabato di quaresima lui venne in
citt, ma il tempo era limitato per me dalla necessit
di aiutare la mamma in casa, per cui non ebbi
l'occasione di parlargli a lungo, come desideravo,
della vendita della Carona e dei doveri che pensavo
avesse verso i suoi.
Mentre aspettavo le confidenze di Francesca, imprevedibilmente
giunsero quelle di Odofredo e fu
un avvenimento, per lui e per me, pi unico che
raro.
Lui era venuto a bottega per accordarsi con la
mamma sul trasporto dei mobili acquistati in autunno,
ma la mamma era sul letto, in preda ad uno
di quei violenti mali di testa che la coglievano spesso
dopo la sua malattia. Sedemmo perci in bottega
invece che nel nostro studiolo e Odofredo mi chiese
una tazza di t invece del solito caff.
- Non voglio esagerare con il caff, ho i nervi
in uno stato!
Col t gli offrii un grosso pezzo di cioccolata, la
panacea, per me, di tutti i mali e lui cominci a
rosicchiarlo distrattamente. Penso che a un estraneo
saremmo proprio apparsi quello che eravamo: due
ragazzi non ancora lontani dall'infanzia.
- Che vuoi - disse lui vagamente -  un
momentaccio. Ho diversi fastidi di vario genere e
poi, probabilmente, sono un po' stanco.
- Hai fastidi? Da parte dei tuoi? - osai chiedere.
- Oh no, non ci diamo pi reciprocamente fastidio,
il nostro  un accomodamento pacifico. Altri
fastidi...
Pos la tazza e, mentre con una mano teneva il
grosso pezzo di cioccolata, allung le dita dell'altra
a sfiorarmi il braccio.
- Elisabetta, tu sei la pi aperta di tutti noi, la
pi disponibile. A te certe cose finisce che si dicono,
anche se non si ha l'abitudine di confidarsi facilmente.
Gli strinsi affettuosamente le dita sottili:
- Tesoro, sono contenta che tu pensi cos. Se
pu servirti sono qui.
Credo che avrei potuto abbracciarlo con l'innocenza
dell'affetto materno, ma incrociai le mani in
grembo e attesi.
- Sono un cretino, sono stato un cretino, ma
solo un cretino...
- ...non un mascalzone - finii io -  una frase
classica e vecchia. Parli di Francesca?
Ero esterrefatta del mio tono divenuto brusco all'improvviso,
mentre dentro ero tutta dolcezza di impulsi.
- Parlo di Francesca - assent lui scoraggiato
- lo vedi che non capisci neppure tu?
Mi pentii subito della frase aggressiva:
- Scusami, non volevo essere sgarbata, dimmi
pure.
- C' ben poco da dire e quel poco  imbarazzante.
Ho paura che Francesca abbia fatto dei pensieri
sul mio conto.
- Tu le hai fatto la corte.
- Ma no, vedi, il fatto stesso che fosse una di
noi mi autorizzava ad essere affettuoso: Francesca
ha un complesso di inferiorit nei nostri confronti,
Dio solo sa perch, e, come tutti quelli che soffrono
di questo complesso, esagera in ogni cosa: nella vivacit,
nella sfrontatezza, nell'imprudenza. Mi faceva
pena...
- Sei sicuro di non avere esagerato tu con questa...
pena?
- Mi sono dato una attenta guardata dentro e
mi pare proprio di no. Io sono molto pigro, molto...
non so spiegarmi, ma con lei sono stato solo fraterno,
ti giuro!
- E lei?
- Ecco, questo  il brutto punto. Ne parlo con
te perch sei l'unica a cui posso fare una dichiarazione
ridicola e, in un certo senso, carogna... insomma,
te lo dico e tu pensa quello che vuoi: pare che
sia innamorata di me.
Meno di due mesi prima, in questo stesso Androne,
Francesca aveva affermato: Ci riuscir ad ogni
costo.
- Ne avete parlato? - mi contentai di domandare.
- Purtroppo ne abbiamo parlato l'ultima sera
di Carnevale. Stavamo cos bene insieme, avevamo
ballato e tutto ad un tratto lei si  messa a parlare
come se fosse deciso che eravamo innamorati, anzi
due fidanzati, pronti a far progetti e a prendere decisioni.
Francesca mia quanta fretta pensai, e a lui:
- Sei sicuro che non fosse l'entusiasmo carnevalesco?
- No, no, lei ha perfino parlato di mia madre
che, dice, dopo la freddezza del primo giorno, a casa
mia era stata tanto gentile, ha parlato di quella maledettissima
notte della Befana, insomma come se
fosse tutto fatto.
- Oddio, poveretta, e tu?
- Io... vedi, ci sono delle occasioni in cui si apprezza
la stramaledetta educazione che si  ricevuta,
che  poi l'arte di driblare i fastidi. Le ho detto
tutti quegli accidenti di cose che si dicevano una
volta, pare, le ho detto che non volevo farle male
illudendola e che non sono innamorato di nessuno
eccetera, eccetera... Tutto sacrosantemente vero, eppure
sembra ipocrita e muffito.
Per la prima volta da che lo conoscevo lo vedevo
agitato e indovinavo il suo smarrimento e la sua sofferenza.
- Come  finita, Odofredo?
- Niente,  finita cos. Abbiamo detto che questo
episodio non guasta l'amicizia.
- Vi siete parlati dopo?
- S, ogni giorno come al solito. Tutto sembra
come prima.
- Meno male. Vedrai che a poco a poco tutto
ritorner davvero come prima. Se almeno Francesca
pescasse qualcun'altro.
La mia uscita, che era sincera, ruppe la tensione
e Odofredo si mise a ridere:
- Tu sei famosa per semplificare le cose, per
questo sei riposante. Sai che facciamo? Regalale
Tito.
Aveva detto una cosa enorme per lui, eppure non
me ne sentii offesa.
- Davvero - sospirai rendendo confidenza per
confidenza - certe volte lo regalerei volentieri, ma
ho paura che non sarebbe un bel regalo per nessuno.
Lui rise di pi, improvvisamente placato e sereno:
- Non ti nascondo che a tutti noi piacerebbe se
tu lo scaricassi. Da quando c' lui  nata la confusione.
E concluse:
- Ho avuto una vera ispirazione, a venire oggi,
 stata una mossa liberatoria!
Quando Francesca finalmente mi parl pareva che
il peggio fosse passato. Era la settimana santa e c'era
un vento furioso che scuoteva le vetrate della classe
ma che portava un presentimento di primavera. Noi
stavamo accanto nel banco, finendo di copiare in
bella il tema di italiano e parlavamo con la mano
davanti alla bocca, come scolarette.
- Ti ha detto niente Odofredo? - bisbigli
Francesca.
- No, perch?
- Niente, credevo che ti avesse parlato di me.
Abbiamo deciso di restare amici, in attesa di un
momento pi propizio.
Nient'altro. C'era della sofferenza in quelle parole,
cos poche per una ragazza che parlava sempre
troppo, sofferenza e umiliazione ben lontane dalla
rassegnazione. Non mi riusc di rispondere e mi chinai
sul foglio.
- Sai, Elisabetta - riprese lei all'improvviso -
avrei quasi voglia di trovarmi un lavoro e di andarmene.
- E la scuola?
- Manca ancora un anno alla maturit e della
maturit, poi, che me ne faccio?
Non avevo la possibilit di continuare il discorso
n vi fu l'occasione di riprenderlo dopo.
Il discorso che mi fece la mamma il giorno seguente
non era certo conseguenza di quelle dichiarazioni,
ma ne aveva una lontana attinenza; aveva
uno dei suoi soliti mali di testa, cos insopportabile
da obbligarla a stare distesa al buio per lunghe
ore, io le mettevo sulla fronte delle compresse fredde
con la speranza di darle sollievo.
- Non lasciare la bottega vuota - mi disse con
voce affaticata - qualcuno pu sempre cercarmi,
ho tante cose in sospeso - e sospir lamentandosi.
- Dovresti cominciare ad impratichirti un poco di
tutto. Queste batoste mi mettono a terra e finir per
non farcela pi da sola a tener dietro a tutto. Di
almeno una occhiata ai registri e agli indirizzi, poi,
appena compirai diciotto anni potrai prendere la patente
e accompagnarmi quando esco in macchina.
Si tir gi la compressa sulle palpebre infiammate
e diede segno di non voler parlare pi.
Che io un giorno dovessi collaborare con la mamma
in un'attivit che ci dava la sicurezza materiale
e il benessere, era stato sempre sottinteso, ma certo
non prevedevo di doverne fare il solo elemento del
mio avvenire.
Non andava tanto bene neppure con Tito, era come
se non avessimo pi niente da dirci. Era una
cosa declinante nel grigio, come, in fondo, era sempre
stata. Mancava soltanto una soluzione, lo strappo
finale, ma probabilmente non ci sarebbe stato
neppure quello.
Nei giorni precedenti la Pasqua ci riunivamo con
minore assiduit, sempre a causa di quei benedetti
esami di maturit.
La sera del sabato santo, ritrovandoci eccezionalmente
riuniti all'Androne, Agostino propose:
- Dopodomani  il luned dell'Angelo, perch
non facciamo una scappata alla Carona? L'ho promesso
a mio padre da tanto tempo che ora lui non
ci crede pi.
Alle svogliate e poco sentite proteste dei maturandi
lui insistette volenterosamente:
-  festa, tutti vanno in campagna. Se ci tenete,
vi prometto che torneremo prima del tramonto,
si tratta di qualche ora e in caso vi ci porto in fuoristrada.
Il giorno di Pasqua non fu proprio allegro per
me e, credo, per nessuno di noi.
-  troppo festa! - si lamentava Francesca
uscendo dal pontificale delle undici tra un grande
schiamazzo di saluti e di auguri. Dalle porte semiaperte
delle casette pi povere si vedevano i tavolini
ricoperti delle tovaglie bianche con ben distesi
ad asciugare i maccheroni arrotolati a mano, i pici,
vanto delle nostre massaie.
- Mi fanno venir voglia! - sospir Odofredo.
- Spero che la casiera me li prepari.
Mi fece un po' di pena: in fondo era il solo di
noi che non avesse una tavola familiare, il giorno
di Psqua.
- Perch non vieni da me? - proposi. - Sono
sola con la mamma, ma ti assicuro che ci saranno
i crostini di milza, i pici, l'agnello, la focaccia e il
Brunello a temperatura giusta.
Si ferm a considerare la cosa con aria quasi ansiosa:
- Credi che non disturber tua madre?
- Ci farai sentire meno sole, vieni, per favore.
Il suo viso scarno era leggermente arrossito, ma
il suo comportamento fu da conte. - Ti sono infinitamente
grato. Verr tanto volentieri.
- Allora va con gli altri a prendere l'aperitivo,
io scappo e ti aspetto tra un'oretta a casa, va bene?
Dovevo scappare, non tanto per mettere a tavola
un posto in pi, quanto perch dovevo vedere Tito
in piazza. - Un momento - mi aveva detto - solo
per farti gli auguri, ho una mattinata impicciata.
L'impiccio, lo sapevo, era la cerimonia della mensa
pasquale, col canonico a capotavola e tutte le cerimonie
solenni e belle che ancora usano nelle nostre
antiche famiglie, ed ero contenta che lui fosse obbligato
ad assistervi.
Mi venne incontro tra la gente, abbastanza lieto
in viso. Mi portava un disco di Mahler legato con
un cordoncino rosso ed io gli regalai un portachiavi
di cuoio per la futura motocicletta. Nessun presentimento,
nessun battito di cuore mi turbarono consegnandogli
il dono... Buona Pasqua a tutte e due!
Al luned dell'Angelo il tempo era un incanto, sebbene
fosse ancora freddo, il cielo era limpido e tenero.
Nella bellezza ancora nuda delle siepi c'era
il presentimento dei primi fiori, anzi, qualche spino
era fiorito davvero.
Indossai i pantaloni nuovi di flanella grigia col
giaccone sportivo di lana rustica e mi sentii abbastanza
carina per godere la gita.
La Carona  un grande podere a qualche chilometro
dalla citt, posto in una delle vallette pi verdi
e pi folte d'alberi, aperta a levante verso la pianura
e riparata a tramontana da un colle boscoso.
La casa stessa  stata forse un tempo una sorta di
fattoria fortificata, sebbene oggi abbia il classico
aspetto dei casali toscani, con tre archi sulla facciata
e il tetto di tegole rosse.
Ai bei tempi di casa Albicci l'edifcio era usato
ed arredato come una villa padronale, circondata da
un giardino all'italiana, pi oltre si estendevano molti
ettari coltivati e suddivisi da filari di cipressi.
Ora la casa appariva danneggiata e abbandonata.
Anche il podere era trascurato, molti cipressi erano
morti, gli olivi imporriti e scapigliati, e tuttavia il
posto era pieno d'incanto nel suo abbandono, sembrava
che il sole vi battesse pi chiaro e l'aria vi
fosse pi dolce.
Ancora non so spiegarmi come quel fascino agisse
su di me, lieta e in pace come non mai. Ci eravamo
un po' dispersi ma salendo la scala dell'ammezzato
ritrovai Odofredo che, col naso in aria, esaminava
certe pitture stinte sopra una porta.
- Ti piace, Odofredo? - chiesi con entusiasmo.
- Mi piace davvero. Stavo proprio facendo il
paragone con casa mia. Se fossi il padrone, qui, limiterei
i mobili allo stretto necessario; basterebbero
queste finestre a riempire il vuoto.
- Hai visto il tinello, gi, con quel caminone
murato? Chiss quale cretino ha voluto abolirlo per
farne una specie di alcova.
- Forse ci voleva mettere il letto del canonico,
con i paramenti viola - sorrise con malizia.
- Piantala. Fammi girare per tutte le stanze, come
se fossero mie e immaginare come le terrei io.
- Stirpe di antiquario, naturalmente!
- No, non penso come le arrederei, penso a come
ci vorrei vivere... Affacciarsi la mattina e respirare
quest'aria, sarebbe un paradiso!
Odofredo non rispose subito, ma dopo un poco
avanz una cauta domanda:
- Pensi che sposando Tito questa casa potrebbe
essere tua?
Lo guardai stupefatta:
- Che cosa strana! Sai che non pensavo affatto
che questa casa  di Tito? Ci voleva la tua malignit!
- Meglio cos, allora, sogna, con la mia benedizione,
di esserne la padrona.
Fece un buffo cenno di benedizione: - Vorrei
farti da consulente ma per questo  meglio interpellare
Agostino.
Gli ultimi tre mesi di quell'anno furono praticamente
senza storia per quanto riguarda il nostro gruppo,
considerando che Ranieri, Aldina e Odofredo
stringevano i tempi dello studio, evitando ogni distrazione;
quando era possibile trovarci insieme l'argomento
dei discorsi era sempre il medesimo. La
mamma continuava a non star bene, i continui mali
di testa, i frequenti attacchi d'affanno, un inasprimento
morboso del suo carattere la rendevano irritabile
e talvolta ingiusta con me e sgarbata nelle
relazioni con gli altri.
Ero obbligata ad una forma di assistenza assidua
ma nascosta, per evitarle stanchezza e dispiaceri, ma
anche per fare in modo che non si alienasse la simpatia
dei clienti pi vecchi e fedeli.
Mi faceva pena e paura: l'immensa carica di energia
che l'aveva sorretta attraverso tante vicissitudini
ora sembrava esasperarsi in una continua irrequietezza
che rasentava la frenesia quando sentiva affievolirsi
le sue capacit di lavoro.
Cominciai a passare pi tempo nella bottega, a
tenermi meglio informata sull'andamento degli affari
e sulla qualit della merce. Era questo un ottimo
rimedio per le giornate di melanconia che non erano
certo poche.
Tito, sebbene ancora la Carona non fosse stata
venduta, aveva finalmente la sua grossa moto giapponese
e faceva con essa folli incursioni in citt,
per cui mancava il tempo per un incontro prolungato,
a meno che non mi rassegnassi a farmi sballottare
sul sellino, cosa che feci qualche volta a
prezzo di paure e di angoscie senza nome. Chiesi
ad Agostino:
- Tuo padre ha ancora intenzione di comprare
la Carona?
-  molto incerto, l c' da gettarci dei milioni
per migliorie di tutti i generi, mentre sul mercato
si potrebbe trovare qualche cosa di pi immediatamente
redditizio. Gli Albicci, proprio in questi giorni,
si sono fatti vivi per mettere un termine ultimativo,
dopo di che, a quanto si dice, venderanno al
fattore dei Cennini che  pieno di soldi e li darebbe
senza discutere.
- Allora la fattoria diventerebbe del tutto una
casa di contadini, che peccato!
- Che vuoi che ti dica? Gli Albicci hanno troppo
bisogno di realizzare. C' aria di debiti...
Pensai al paio di milioni o poco meno che certo
era costata la moto e mi sentii ancora una volta
piena di indignazione e di piet, ma non osai far
commenti con Agostino.
Agostino mi teneva tanta compagnia, in quei mesi
e mi parlava con un pacato spirito di adattamento
degli studi che sarebbe stato obbligato a intraprendere:
- In fondo - diceva - posso ben dargliela, a
mio padre, questa soddisfazione e credo che finir
col piacermi fare il medico come dico io, perch lo
far qui. Questa  l'unica condizione che metter.
Invidiavo la sua maniera di affrontare i propri
problemi e di contemplarli alla luce della ragione
senza sentirsene frustrato. Mi accorgevo, nello stesso
tempo, che egli svolgeva una missione altrettanto
consolatoria e pacificatrice con Francesca.
Francesca era molto cambiata: la ragazzina ardita
e fantasiosa, tutta ricci e capricci, pareva stesse
diventando una donna dai modi pungenti, dalle valutazioni
scettiche e amare e soprattutto impaziente
di cambiar vita.
- Aspetta almeno a prendere la licenza, in fondo
hai solo diciassette anni.
- Quasi diciotto, ormai, non voglio che questa
maledettissima licenza mi faccia perdere tempo. E
poi - continu guardandomi come per sfidarmi -
cosa credi che sar, il prossimo anno, fra noi soli
qui? Gli altri andranno via e tra i ragazzi delle altre
classi non ce n' uno con cui valga la pena di
fare amicizia, vedrai che divertimento!
Non potevo controbattere, anch'io vedevo cos nell'immediato
nostro futuro, eppure, ero pronta a rassegnarmi.
Una bella sera, infine, mi capit a casa d'improvviso,
in preda a una grande eccitazione:
- Me ne vado, Elisabetta, vado a Firenze.
- A Firenze? Hai trovato un posto?
- No no, mi sono iscritta a un corso di estetista.
Qui bisognava decidere, una buona volta. C'
la combinazione di una cugina di mia madre che
ha una camera disponibile e me la d per poco. O
va o spacca!
- Oh, Francesca! - Ero senza parole, la mia
mentalit tradizionalmente borghese rifuggiva dall'idea
di una studentessa di liceo classico che decideva
improvvisamente di prendere tutt'altra strada,
ricominciando da capo.
- Hai studiato tanto, inutilmente.
- Che importa? Vuol dire che sar un'estetista
raffinata e colta, potrei anche finire a Parigi!
- E la tua mamma?
- Beh, sai, mamma, sebbene protesti, forse 
contenta. Continuava a predicare che sarei stata una
spostata e che al massimo la laurea, chiss quando,
mi avrebbe permesso di insegnare in una scuola media
per poche lire mensili. Sai, la mamma probabilmente
ha avuto le mie stesse ambizioni, e ci 
rimasta fregata.
- Questo  un colpo, per me... ti sei consigliata
con qualcuno, almeno?
- S, ne ho parlato a lungo con Agostino che 
una testa quadra in fatto di praticit. Ha finito per
darmi ragione, povero tesoro, sebbene sia preoccupato.
- E quando partiresti?
- Subito dopo Ferragosto, cos avr ancora un
mesetto per ambientarmi a Firenze.
- Spero - conclusi tristemente - che tu non
ti distacchi del tutto da noi. In fondo la nostra amicizia
non  solo di scuola.
I suoi occhi impavidi si arrossarono per un istante.
- Oh, tesoro mio, tu resterai sempre la mia pi
cara amica, anche se andr ben pi lontano da Firenze... -
esit poi aggiunse con rabbia e amarezza
- ricordati che sei sempre invitata al mio matrimonio!
La decisione di Francesca ebbe l'effetto previsto
su Odofredo. In quei mesi anche lui era cambiato,
pi chiuso e maturo, senza pi quell'atteggiamento
di pigra incuranza che lo aveva sempre contraddistinto.
- Mi sento colpevole nei suoi confronti - confessava
imbarazzato.
- Non fartene una croce - ammoniva Aldina
- nessuno ha mai rovinato la propria esistenza per
un flirt fallito! Io l'ho sempre pensato che Francesca
non fosse adatta a un genere di studio che vuole
tempo e pazienza. Se sente di dover bruciare le
tappe a modo suo, meglio per lei, le andr forse
meglio che a noi altri.
Ci mancava tuttavia il tempo di approfondire la
discussione, gli esami ebbero inizio a met luglio col
loro corteggio di paure, dubbi, commenti sulle varie
difficolt e col trionfo del Lucumone che scuoteva
la Fortezza fin dalle fondamenta.
Mentre Agostino attendeva trepidante al cancellola fine di ogni prova, io non ebbi il tempo di
seguirne le vicende. Lo stato della mamma mi pareva
sempre pi preoccupante, un esame completo
in una clinica di Siena aveva rivelato una affezione
cardiaca forse dovuta all'alta pressione arteriosa ma
certamente trascurata da anni ed ormai irreversibile.
L'obbligo di un assoluto riposo esasperava il suo stato
e riversava su di me, con le gravi responsabilit
generali, un fiume di impazienze, di proteste, di continui
rimproveri. Mi ci volle un enorme sforzo per
trovare il coraggio di assumermi tutto il lavoro senza
che lei se ne accorgesse.
Ho ancora in mente una sera, una bellissima sera
di primo agosto con certe stelle enormi nel cielo scuro:
ero uscita sola per trovare un po' di calma e
prendere una boccata d'aria, dopo un pomeriggio pesante,
la piazza del Capitano era affollata e la evitai
svoltando per i vicoli alla tenue luce dei lampioni
verso la Fortezza. L, tutta sola, mi posi di fronte
a me stessa, conscia che era venuto il tempo delle
decisioni e che ero proprio sola a prenderle.
Seppi con grande chiarezza come sarebbe stata la
mia vita da quel momento in poi: mi sarebbe stato
impossibile continuare ad avere capricci o desideri
da ragazzina n potevo guardare tanto lontano nel
mio avvenire.
Non dovetti neppure dire, dentro di me, addio a
Tito: era gi molto lontano, inconsistente come, a
dire il vero, ora mi pareva che fosse sempre stato.
Solo molto pi tardi, quando mi giunse la notizia
del terribile incidente nel quale aveva perso la vita
mi pentii di averlo cancellato cos in me, senza capire
che anche lui aveva contribuito a rendere ricca
la mia adolescenza.
Rientrando mi sentivo meno triste e pi sicura,
come chi trova finalmente un terreno solido sotto i
piedi, anche se ha un grosso peso sulle spalle.
Il giorno in cui vennero esposti i quadri dei risultati
andai alla Fortezza per condividere l'emozione
dei tre maturati e fummo ancora una volta tutti
e sei, riuniti nell'atrio assolato, odoroso di calce. Le
votazioni di Aldina e Odofredo erano splendide, Ranieri
usciva dignitosamente dalla prova e Francesca
rideva nervosamente annunciando a tutti la
prossima partenza.
Ci facemmo quasi un obbligo di sostare al bar
di piazza come sempre, concordammo con Agostino
una gita a uno dei suoi casali dove maturava l'uva
lugliatica, Odofredo aggiunse il suo invito in villa
dove forse era rimasta qualche bottiglia di spumante.
Parlavamo e parlavamo... e ad un tratto mi accorsi
che, per dirla alla maniera di quando eravamo
bambini facevamo fnta di niente.
Il Palio dei sacchi  una festa popolare che - al
dire di tutti - risale a qualche secolo fa, ma riesumata
di recente per permettere la restaurazione delle
antiche Contrade di citt, sull'esempio di Siena.
I giovani di ogni ceto, in pochi anni, hanno fatto
della modesta e massacrante corsa dei sacchi su per
la salita di piazza una bella parata di costumi, uno
scontro allegro di rivalit rionali con un felice epilogo
di porchetta e di bistecche alla brace nella sede
della Contrada vincitrice.
Trascorsi appena i calori del Ferragosto, le giornate
erano limpide, ricche, appena ventilate; dalle
finestre sui vicoli traboccavano i gerani di molti colori,
le bandiere e gli sbandieratori, al rullo dei
tamburi sbucavano da ogni piazza e i ragazzi nei bei
costumi medicei non sembravano mascherati, ma
piuttosto ritornati ad antiche, naturali fogge di nobilt
popolana.
Per raggiungere i miei amici sulla loggia del Capitano
avevo ben sistemata la mamma alla finestra
di casa di dove avrebbe potuto vedere il corteo.
Era forse l'ultima volta che noi sei della Fortezza
ci riunivamo per un'occasione speciale e tutti eravamo
determinati a non pensarci, ostentando un'allegria
smodata, scambiando baci e abbracci in pubblico,
urlando gli incitamenti alle nostre reciproche
Contrade. Mi veniva da ridere e da piangere vedendo
Agostino approfittare dell'eccitazione generale
per tenere stretta Aldina e Francesca poggiare la
testa ricciuta sulla spalla di Odofredo. Ancora un
poco! credo che dicesse ognuno di noi tra s ancora
un poco.
Il corteo pass con gentiluomini, capitani d'arme,
damigelle in cuffie di perle e strascico. I sacchi
ballonzolanti con la lingua di fuori superarono la
salita, il Palio fu vinto dalla Contrada del Falco tra
le inevitabili contestazioni, gli sbandieramenti e i
rulli di tamburo.
Nella ressa degli aspiranti alla porchetta e alla
bistecca il nostro gruppo fu diviso. Io mi aggrappai
a Odofredo per non essere sballottata gi per la discesa
o schiacciata contro i muri.
- Hai voglia di porchetta? - mi chiese lui.
- Ho solo tanta sete, grazie.
Mi trasse in salvo verso un piccolo bar del Corso,
ordin la Coca Cola e la vers con destrezza nei
bicchieri.
- Vuoi sedere un momento? Poi ti accompagno
a casa e speriamo di ritrovare gli altri.
Sedemmo a un tavolino sgangherato, ancora col
piano di marmo segnato dai tondi dei bicchieri.
- Odofredo - dissi a bassa voce - mi sono
divertita, ma ho una melanconia da matti!
- Anch'io - rispose brevemente.
- Te ne vai, Odofredo?
- Credo, ai primi di settembre.  nata una complicazione:
mio padre parla di stabilirsi con la mamma
a Montecarlo, adesso  di moda.
- E tu?
- Io resto solo, come al solito. Finch c' casa
a Roma non mi allontano, credo che mi iscriver a
fsica.
- Non sarebbe pi comodo per te frequentare
un'universit in Francia, saresti vicino a loro...
- No - rispose gravemente - non mi sarebbe
possibile stare lontano da Roma e da qui. Qui voglio
ritornarci quando mi pare. Non so gli altri, ma
io non potrei staccarmi del tutto, ho avuto un tempo
troppo bello, qui.
- Vuol dire che io rester ad aspettarvi.
Odofredo accenn una carezza sulla mia spalla.
- Lo so, ho immaginato che saresti stata obbligata
a rinunciare all'universit. Non te ne ho parlato,
per paura di farti dispiacere...
- Non mi dispiace troppo, sai. Forse se avessi
dovuto partire anch'io sarebbe stato pi triste -
sorrisi con le lacrime che scivolavano da sole sulle
guance.
- Se non tengo aperto l'Androne, dove potreste
andare al vostro ritorno? Mi racconterete sempre
tutto e sar come se fossimo insieme. Vedi che scema
sentimentale che sono?
- S - osserv lui a voce bassa - sei proprio
una scemetta sentimentale.


FRANCESCA.

Tutto quanto  accaduto dopo quei giorni d'agosto
che ci videro ancora insieme da compagni di scuola
debbo raccontarlo, per cos dire, di seconda mano,
cos come per molti anni mi riusc di metterlo insieme
attraverso le lettere, gli incontri spaziati nel
tempo, le notizie avute da altri, ma sono certa di
trascrivere un racconto fondamentalmente fedele.
Francesca fu la prima a partire, come aveva annunciato.
Non volle che alcuno di noi l'accompagnasse
alla stazione, senza neppure fare eccezione per il suo
confidente, Agostino. Si scherm dicendo che Firenze
non era in capo al mondo e che l'avremmo avuta
ancora tra i piedi, ma senza dubbio anche lei aveva
la nostra stessa certezza: che la sua partenza fosse
un avvenimento definitivo.
Non so se si sentisse davvero felice del cambiamento,
ma era certo eccitata: diciotto anni, qualche
bel vestito in valigia, un'intelligenza pronta e la
libert sono un cocktail capace di tenere allegri per
un bel po', anche se il domani  incerto.
Il primo vago senso di freddo glielo diede l'alloggio
presso la cugina, una stanza pulita e banale
in una casa popolare posta su di un viale di periferia
dove rombavano incessantemente gli autocarri di
transito.
Poi ebbe qualche incontro; per primo un ragazzo
americano che le chiese la via dell'uscita in un viale
di Boboli, e con cui scambi una conversazione faticosa
ma stimolante, giacch capiva di essere stata
fermata perch bella ed elegante. Le fu offerto un
drink in centro, ma non le fu richiesto di rivederla.
Qualche seguito ebbe invece l'incontro con due
turisti meridionali, fratello e sorella, tra le
bancarelle di Orsammichele. Erano poco pi anziani di
lei e concludevano un viaggio di vacanza, erano spiritosi
e cordiali, di una socievolezza immediata ben
diversa dal ritegno un po' freddo che i fiorentini di
solito mostrano verso i forestieri; in pochi giorni
diventarono quasi intimi, percorsero insieme in una
bella macchina sportiva tutti i classici itinerari fiorentini,
la invitarono a pranzo, a teatro, in qualche
ritrovo elegante di cui essi erano certo pi informati
di lei. Quando venne il momento di ripartire
si mostrarono spiacenti di interrompere una simpatica
amicizia e si fecero promettere una sollecita e
lunga visita in Calabria dove, dissero, a casa loro
c'era posto per ospitare cinquanta persone.
Francesca era per una ragazza abbastanza realista
per credere alla continuazione nel tempo di
una conoscenza del genere e, d'altra parte, temeva
segretamente che, accompagnandola spesso a casa,
i due fratelli avessero notato quanto era modesta
la sua condizione e ne fossero rimasti delusi.
Fortunatamente l'interesse per il nuovo ambiente
venne ad occupare la sua mente con interrogativi e
incertezze d'ogni genere. Si era ripromessa di mantenere
nella nuova cerchia la classe che era sicura
di possedere, ben certa di aver scelto quella strada
come un ripiego transitorio, in attesa di meglio.
La direttrice del corso, pi di ogni altra insegnante,
era una donna energica e pratica per cui
capelli, pelle, seni, unghie femminili non avevano
segreti ed era impegnata a comunicare alle allieve
tutta la scienza segreta e quasi magica della
ruga che si appiana, del baffetto che si estirpa, del
cuscinetto di grasso che si elimina, a patto,
naturalmente, che passassero per la trafila delle piccole
mansioni: sciampo, panno umido da riscaldare, biancheria
da spiegare e ripiegare e cos via.
Certe sere, ritornando nell'autobus affollato con
i piedi indolenziti e le mani macerate dai lavaggi
e dalle tinture, Francesca sentiva il disperato impulso
di piantare tutto e di ritornare a casa:
Non  ancora troppo tardi per la scuola..., ma
subito si ridestava indomabile la volont di averla
vinta.
Non debbono dire che tutto quello che faccio
lo sbaglio, e poi debbo convincermi sempre di pi
che  solo un mezzo per restare libera.
Usc dai primi mesi di lavoro come da un bozzolo
e cominci a imparare a vivere con maggior sicurezza
di s. Era molto benvoluta dalla direttrice: da
lei, pensava, poteva venire l'occasione di una sistemazione
migliore, giacch l'aveva sentita dire a una
cliente  molto brava e ha un'educazione perfetta,
ha studiato al liceo.
Di tutti noi, Francesca fu quella che vedemmo
meno in citt in tutti quegli anni e sempre per brevi
incontri in cui era difficile ristabilire la confidenza
di un tempo. Le visite al Colle, comunque, durarono
pi o meno regolarmente fino a quando non cessarono
del tutto per una circostanza abbastanza melanconica:
la sarta Moretti, forse stanca di essere
sola, forse logora per la lunga e coscienziosa fatica
di creare l'eleganza di due generazioni di colligiane,
decise di ritirarsi in un istituto per anziani di Firenze.
Non so che parte abbia avuto nella decisione
sua figlia, ma so che questa era stata sempre premurosa
nei suoi confronti e che la vecchia signora
non si lament mai di lei con i compaesani che andavano
a trovarla.
Quando Francesca si fece viva di nuovo fu in
quel modo brusco e sensazionale che caratterizzava
le sue decisioni. Mi scrisse che era fidanzata ad un
suo vecchio amico calabrese e che sarebbe andata
molto presto con lui a conoscerne la famiglia.
Hanno un castello e sono padroni di mezzo paese.
Lui  l'unico maschio e erede, ha tre sorelle.
Non aggiungeva, questa volta, che mi invitava al suo
matrimonio.
A questi fatti era giunta per un seguito di circostanze:
dopo, infatti, che i due fratelli calabresi erano
partiti da Firenze scambiando con lei molte promesse
di rivedersi, per un certo periodo di tempo
la ragazza, che si chiamava Rosella, aveva spedito
delle cartoline con vaghi inviti come Vieni presto!
Ti aspettiamo presto! senza altri particolari,
tanto che Francesca, un po' irritata, aveva lasciato
perdere e non aveva pi risposto.
Dopo moltissimo tempo, un bel giorno il fratello,
Mimmo, si era presentato alla casa della cugina per
cercarla ed era stato indirizzato alla pensione dove
ormai Francesca abitava da un pezzo.
Probabilmente il giovanotto, dovendo fermarsi a
Firenze e non avendo distrazioni in vista, aveva pensato
alla ragazzetta incontrata una volta e aveva
ceduto al capriccio di rivederla.
Era piuttosto bello, Mimmo, per quanto non avesse
la finezza aristocratica di Odofredo, dava un'impressione
di forza e di salute e, soprattutto aveva
un'arte incantevole di essere gentile, attento, caldo
in ogni complimento e in ogni atto. Anche se non
si fosse rivelato una sorta di barone per la larga e
generosa disponibilit dei mezzi e per una storia familiare
in cui figuravano personalit note e influenti
della sua regione, a Francesca sarebbe piaciuto di
per se stesso, ma, fatta cauta e diffidente dalla maggiore
esperienza di vita, cerc di vagliare l'inaspettata
occasione prima di impegnarsi in qualche modo.
Ritrov tuttavia l'entusiasmo, la gioia di vivere
che da tanto tempo aveva perduta e si abbandon
finalmente alla buona sorte.
Quella prima volta Mimmo fu un amico galante,
delicato, rispettoso; la sera della partenza, baciandole
la mano, la ringrazi del tempo che gli aveva
dedicato.
- Ora so che a Firenze trover sempre la pi
cara delle amiche, cercher di venirci spesso.
Abituata alle inesperte schiettezze dei suoi amici
di adolescenza e poi alla inevitabile aggressivit degli
occasionali conoscenti o corteggiatori di Firenze,
il linguaggio caldo, poetico, un po' antiquato di Mimmo
le dava un senso di esaltazione, l'impressione di
un dono raro e prezioso del destino.
Ricco, libero, nella sua veste di agente di affari
del padre, Mimmo poteva spostarsi con la massima
facilit e non fece attendere nuove visite. Ogni volta
Francesca faceva delle scoperte: il suo ragazzo aveva,
sia per interessi commerciali sia per vaste parentele,
stabilito in molte citt brillanti relazioni: una
sera, all'improvviso Mimmo le aveva proposto:
- Verresti in Versilia dove abita un'amica di
mia madre? Mamm mi secca da un pezzo perch
io vada a trovarla, andremo insieme e divideremo
la noia.
Ci andarono che era gi quasi estate. Mimmo con
la sua Porsche aveva coperto tutto d'un fiato il percorso
da Catanzaro e si diceva stanco, Francesca
os prendere il volante imboccando l'autostrada Firenze-Mare
e godette del piacere complesso di correre
con una grande macchina e di rabbrividire per
una deliziosa paura. Era particolarmente bella col
suo vestitino di grossa tela grezza, sportivo e raffinato,
aveva ormai imparato a evitare spiegazzature
e disordine cos che, scendendo di macchina, era
fresca e impeccabile come quando vi era salita.
L'ospite non mostr di essere meravigliata dalla
presenza di Francesca n fece allusioni di alcun
genere, anzi, il suo anziano marito fu audacemente
galante con la giovane esprimendo ad alta voce la
sua invidia per Mimmo.
- Pare che credano che ci sia qualcosa tra noi
- osserv Francesca quando furono sulla via del
ritorno.
- Tu credi che non ci sia niente? - rispose
Mimmo allungando un braccio alle sue spalle. -
Credi davvero che se non ci fosse niente io starei
qui con te?
Questo episodio minimo port un mutamento nei
loro rapporti. Mimmo arrivando a Firenze pretendeva
che gli dedicasse ogni ora del giorno e alle
proteste di lei, che reclamava il tempo per lavorare,
rispondeva:
- Che ti importa? Se perdi il lavoro non sai che
puoi contare su di me?
Cominciarono a sentirsi sentimentalmente legati
come dicono i rotocalchi, e nella cerchia delle
loro conoscenze la cosa divenne naturale e accettata.
Io non so come e quando quel legame divenuto
semiufficiale prese un'altra importanza, ma l'inverno
seguente Francesca ebbe una pelliccia di leopardo
e per Natale un anello con uno zaffiro.
In estate, col consueto viaggio all'estero per affari,
Mimmo insistette per condurla con s e fu proprio
in quell'occasione che a Francesca parve necessario
mettere in chiaro la situazione.
- Mi hai dato un anello e tutti ci vedono sempre
insieme, che cosa debbo considerarmi, per te?
- Se tutti ci vedono sempre insieme - rispose
Mimmo col suo caldo sorriso - credo che possano
considerarci fidanzati.
Era una promessa? Era un impegno? Certo fu
che da allora Mimmo la present sempre come la
sua fidanzata ed era teneramente orgoglioso di lei.
Mai rivel il minimo cenno di stanchezza: accanto
a lei si sentiva felice e completo, non si preoccupava
d'altro.
Mai, per lungo tempo, Mimmo venne meno alle
manifestazioni di affetto alle delicate attenzioni, alla
signorilit dei doni, come se il loro amore si avviasse
alle pi logiche conseguenze.
- Perch non avverti Rosella del nostro fidanzamento?
Io penso che le farebbe piacere - chiese
lei una volta.
- Per ora lasciamo che le cose vadano cos. Tu
non puoi capire lo sconvolgimento che porterebbe
un matrimonio in casa mia!
- Ma dovrai bene avvertirli, no?
- Certo, appena possibile.
Finalmente una certa impazienza cominci ad affiorare
nei loro rapporti. Se ne fece interprete la
maestra di Francesca in tono noncurante: - Che
cosa aspetti a deciderti?
- Aspetto che Mimmo parli con i suoi.
- Ma sei sicura che lo far? E poi, lui ha trent'anni,
no? Anche se decidesse da solo non sarebbe
strano.
- Tu non conosci le usanze di quella gente, per
loro un matrimonio  la fine del mondo, e poi con
una forestiera...
- E perch non vai a farti conoscere? Sei bella,
elegante, istruita, che pretendono?
Quell'incitamento cadde in fondo al pensiero di
Francesca come un seme. Una sera che Mimmo, appena
arrivato, proclamava la felicit di trovarla sempre
pi bella e cara, gli disse bruscamente:
- Se smanii tanto per me quando ti sono lontana,
perch non prendiamo il coraggio a due mani
e parliamo ai tuoi? Io ne farei a meno, ma se tu ci
tieni facciamolo e sia chiaro una volta per sempre.
Lui la guard con occhi addolorati:
- Francesca - lament col suo linguaggio lievemente
drammatico - non ti basta il mio amore?
Lo sai che se fossimo sposati non ci sarebbe pi
permessa questa libert di goderci la vita? Tu non
sai che obblighi impone la famiglia da noi.
- E allora? - interruppe lei bruscamente. Come
sempre il contrasto tanto complesso dei suoi sentimenti,
il conflitto tra la passione e la ragione la rendeva
brusca e impaziente.
- E cos aspettiamo ancora, io sceglier il momento
pi opportuno, ma sta certa che ci sposeremo.
- S - rise lei con amarezza - mia madre diceva
alle candele greche!
- Ma no, vedrai, al pi presto possibile.
Era d'autunno, in Calabria c'era la raccolta delle
olive, la selezione e la lavorazione dei vini, il rendiconto
dei mezzadri e degli affittuari. Erano ormai
tre anni che in quella stagione le assenze di Mimmo
da Firenze erano pi lunghe, eppure quella volta il
ritardo parve a Francesca intollerabile. Il tempo passava,
la sua giovinezza, cos presto messa a confronto
con le realt della vita, sembrava declinare, farsi
affaticata e meno ardente di gioia e di speranze.
- Che dici - chiedeva alla maestra proprio come
diversi anni prima aveva chiesto ad Agostino -
che devo fare per sbloccare questa situazione?
L'amica non era Agostino e i suoi consigli erano
dettati da amare esperienze di difficolt affrontate e
vinte con tutti i mezzi:
- Sai che fai? Parti tu e un bel giorno ti presenti
da loro. Chi ti manda via quando Mimmo ti
vuol bene? E poi c' la sorella che era tua amica!
Senza pi discutere con se stessa Francesca si trov
sull'aereo diretto a Catanzaro e, subitamente sicura
e felice, godette la novit del viaggio, sogn
l'incontro, vagheggi quanto doveva avvenire. Civett
un poco con un maturo compagno di volo e
quando gli confid che andava a raggiungere il fidanzato
nominandone il paese, quello, che era della
regione, ne indovin subito il nome.
- Gran famiglia - si congratul con nuovo rispetto
- e giovanotto fortunato! - concluse galantemente.
Il programma stabilito si svolse puntualmente:
dall'aeroporto Francesca si fece condurre in un noto
albergo dove fiss una camera e, dopo una rapida
toletta, scese a cena, poi sal in camera e form il
numero, stando seduta sul letto.
Le rispose una voce femminile che, alla sua richiesta,
avvert cortesemente Attenda.
Si sentiva, nel telefono il brusio di pi voci e lei
pens che forse erano a tavola e che la chiamata
poteva essere inopportuna, ma venne la voce alta e
sicura di Mimmo:
- Pronto!
- Mimmo! lei chiam lietamente, un po' ansiosa,
ci fu un breve silenzio, poi la risposta a voce
pi bassa, ma contenta:
- Sei tu! Che piacere mi fai!
- Sono qui - lei avvert esitante, comprendendo
che lui la credeva a Firenze.
- Dove qui?
- Sono a Catanzaro. Ho pensato che sarei potuta
venire... a trovare Rosella - precipit d'un
tratto, nella confusione.
Un altro breve silenzio poi:
-  una vera sorpresa. Non credevo che...
- Ho fatto male? - Francesca si sentiva di nuovo
aggressiva.
- No, no per carit! Senti, prima di avvertire
Rosella, domattina vengo a Catanzaro. In che albergo
sei? - Saputo il nome dell'albergo raccomand:
- Aspettami, vengo prestissimo, non muoverti di l.
- Ma tu sei contento?
- Come non potrei? Aspettami: ora qui c' gente,
ci diremo tutto domani.
- Allora buona notte...
- Buona notte - e aggiunse in un soffio - amore
mio!
Fu questa la parola che le permise di prendere
sonno rassicurata.
L'indomani mattina prima delle otto, Mimmo giunse
in albergo. Aveva fatto, disse, una volata fantastica
sulla strada difficile per rivederla il pi presto
possibile.
- Fai colazione, ora, intanto parliamo - era
un po' nervoso ma molto tenero e non ebbe una
parola di rimprovero, come lei aveva temuto, per
quel colpo di testa.
- Hai scelto un momento difficile - disse soltanto
- in cui  quasi impossibile parlare con calma
a mio padre. Sai che questa stagione  la pi
impegnativa per l'azienda. In ogni modo - e tese
la mano come a prevenire uno scatto di lei - ho
fatto un piano di battaglia per farti venire a casa.
- E quale? - Francesca era rigida e tesa, respinse
la tazza di caff e incroci le mani ben strette
per dominarsi.
- Tu telefoni di qui a Rosella, le dici che stai
facendo in Calabria un viaggio di piacere o di affari,
vedi tu quale sia il pi verosimile, dici che ti
sei ricordata ad un tratto di lei e del suo invito...
- Dopo tutti questi anni?
- Non c' niente di straordinario, deve passare
per un tuo improvviso capriccio. Molti hanno curiosit
del nostro paese e del nostro modo di vivere,
abbiamo spesso ospiti e Rosella e le altre sorelle
saranno ben contente della novit, dato che sei una
ragazza come loro e non un uomo d'affari o un giornalista.
- Ma la nostra situazione?
-  inutile sbandierarla per il momento. Quando
vi sarete conosciuti reciprocamente lasceremo maturare
la cosa.
- Ancora? Che vuol dire maturare?
- Andarci piano, ragionevolmente...
- Senti - ella scatt afferrandogli un polso tutta
pallida - parliamoci chiaro! Tu sei il mio fidanzato
e hai trent'anni, mi proponi una commedia ridicola
aspettando che le cose maturino, come dici.
Dpo tre o quattro anni, che diavolo vuoi che maturi?
Io e te? I tuoi? Vogliamo fare un matrimonio
all'ospizio dei vecchi?
- Non dire cos - la interruppe Mimmo con
voce controllata e bassa, lui che si esprimeva sempre
in modo lieto e chiassoso - io cerco solo di
evitare uno scontro che comprometta il nostro avvenire
e in un certo senso sono contento che tu
venga nella nostra famiglia proprio per capire il
comportamento che dovremo tenere. Non essere cattiva
con me, ti prego!
Francesca chiuse gli occhi un istante per rientrare
in se stessa: non poteva tornare indietro.
- Mi fai questo piacere? Ti affiderai al mio giudizio
per questa volta? Renditi conto che qui da noi
un figlio, unico maschio, anche se ha trent'anni deve
obbedire alle ragioni della famiglia - dillo pure,
del clan - e io non posso rimproverare nulla ai
miei. E poi, dipendo da loro anche finanziariamente.
Ti prometto...
- Non promettere niente - sospir Francesca
- tenteremo anche questa!
Come d'accordo, non appena Mimmo fu ripartito
a gran velocit, telefon a Rosella sforzandosi
di essere disinvolta e cordiale, ne ebbe in cambio
un torrente di allegre esclamazioni e di inviti, che
la fecero arrossire.
- No, non disturbare nessuno - rispose all'offerta
di mandare Mimmo a prenderla, quando fosse
tornato a casa, perch ora non si riusciva a trovarlo - vengo in treno,  un percorso molto breve.
- No no, ti mando l'altra macchina, subito. Sarai
qui all'ora di andare a tavola.
Cos in una grossa Mercedes di rappresentanza
Francesca entr in casa di Mimmo e vi fu accolta
da tre ragazze eccitate ed espansive.
Era una giornata di tardo autunno, eppure tutta
la riviera ionica splendeva d'azzurro, come se anche
gli scogli, i pendi sterposi, i tetti bassi e poveri delle
case avessero ricevuto dal sole un dono di colori
smaglianti. Il castello era davvero un castello, una
severa casa baronale appoggiata alla roccia con uno
sperone volto al mare, circondata da alberi secolari,
che spiccavano unici tra la vegetazione bassa dei
dintorni. Persone di servizio, numerose ma tutte familiari
nei modi e orgogliose della ricchezza della
casa, provvidero rapidamente ai bagagli di Francesca...
- Scusa mamm - disse Rosella - a quest'ora
 in cucina a fare i piani della giornata, lei  sicura
che se non li facesse, gli sprechi ci rovinerebbero,
La saluti dopo.
Le altre sorelle, di diciotto e vent'anni, si affaccendavano
intorno: erano ragazze educate, per nulla
provinciali, piuttosto eleganti, eppure Francesca
ebbe l'impressione che la scrutassero con curiosit
insistente, approfondita, che osservassero i suoi abiti,
i suoi bagagli, senza stancarsene mai.
- Vieni, a prendere un aperitivo e poi mi racconti
di tutti questi anni... ecco Mimmo, sento la
macchina!
Cos trascorsero tre giorni, tre giorni di vita al
castello, Francesca si era aspettata di trovare una
famiglia di idee e di abitudini patriarcali, e invece
trov gente semplice in apparenza ma profondamente,
quasi solennemente, conscia degli obblighi derivanti
dal nome e dalla posizione preminente, che
lavorava come se adempisse a un antico comando,
con una disciplina ferrea.
La mamma di Mimmo era una donna grossa, molle
in apparenza, vestita e pettinata severamente, che
usava, nel trattarla, parole espansive: - Figlietta
bella! Anima mia! - ma che la scrutava con occhi
acuti e gelidi e spesso interveniva quando le ragazze
facevano troppe domande.
- L'avete invitata per seccarla con queste inquisizioni?
Fatela divertire, invece.
Francesca not che impediva accortamente che
Mimmo restasse solo con lei.
Il padre era pi duro, forse perch doveva combattere
ogni giorno con dipendenti, mezzadri,
sensali.
Dopo tre giorni Francesca si accorse di essere al
punto di prima: non era entrata nell'intimit di
quella gente di un solo passo e non aveva saputo
nulla di loro, tranne che erano ricchi e lavoravano
per diventarlo di pi e che esercitavano una forma
di familiare predominio su una vasta zona dei dintorni.
Mimmo era nervoso e avvilito, anche perch ogni
comunicazione tra loro era resa impossibile. L'esasperazione
traspariva dai suoi atti e dalle sue parole
e faceva prevedere un prossimo scoppio. Infatti, una
sera, mentre erano a cena, affront per un'inezia suo
padre con modi cos violenti e incontrollati che un
profondo silenzio si stabil, improvviso e minaccioso
in tutta la stanza, irrigidendo persino i domestici
che servivano a tavola. Il padre fiss il giovanotto
per qualche istante, poi osserv freddamente:
- Mi dispiace che tu debba interrompere la cena,
ma la signorina, ti scuser se ti allontani.
Le donne della famiglia tacevano, composte, gli
occhi sul piatto. Mimmo esit per un istante, poi
respinse la sedia bruscamente e usc dalla stanza.
Con uno sforzo doloroso Francesca riprese a mangiare
come facevano le altre e partecip volutamente
tranquilla alla conversazione che si protrasse fino
al caff poi si disse stanca e un po' intontita per il
troppo sole preso nel corso della giornata e sal in
camera e stette l, senza provarsi neppure a pensare.
La riscosse un lieve bussare alla porta e, senza
aspettare il suo permesso, entr Rosella.
- Mi dispiace, povera Francesca - disse gentilmente
ma senza un tono di scusa - io la sentivo
venire, la scena, ed  stato meglio per te se  venuta
presto.
- Per me? - balbett Francesca stordita.
- Per te. Avrei dovuto avvertirti fin dal primo
giorno o per lo meno avvertire Mimmo, ho sperato
che le cose si arrangiassero da s, e sono stata una
scema a sperarlo.
Francesca tent un'ultima difesa:
- Ma che c'entro, io?
- Cara mia - rispose risolutamente l'altra -
parliamoci chiaro: che tu abbia creduto che in questa
suola dello stivale non arrivassero le notizie, lo
posso ammettere. Per voi la Calabria  Africa, ma
quell'imbecille di Mimmo, che sa come stanno le
cose, proprio non riesco a capirlo!
Di fronte al silenzio di Francesca prosegu con
voce un po' addolcita:
- Tutti sono perfettamente al corrente della tua
relazione con Mimmo, anzi, ti dir che pap e mamm
ne erano quasi contenti. Un giovanotto si deve
divertire ed  meglio che incontri una ragazza bella,
istruita, che ha una famiglia, piuttosto che si perda
qua e l, con chiss chi. Ma nessuno poteva immaginare
che quel poveraccio prendesse una cotta cos
grossa da farti venire fin qui!
Con un ultimo soprassalto d'orgoglio Francesca
sussurr:
- Ma noi siamo fidanzati!
- Eh, fidanzati! tutti i giovanotti hanno una fidanzata,
ma avere una moglie  diverso. Tu sei vissuta
qui per tre giorni e devi aver capito cos' una
moglie per il figlio e erede di padri come il mio.
Sai che risponderebbe mio padre se tu andassi da
lui a pretendere di essere sposata? Risponderebbe in
modo legale e spietato che tu sei maggiorenne e quindi
Mimmo non ha responsabilit!
La guard un poco, con compassione:
- Poveretta, se ti pu consolare ti dir che non
ho mai visto Mimmo tanto innamorato e che certo
lui soffrir come te, ma lui sa che gli sono state date
tutte le libert meno questa e sa anche che senza la
famiglia alle spalle, non combiner mai niente. Lo
sappiamo tutti. Perch credi che io sia arrivata a
ventisette anni senza sposarmi? Perch non  stato
ancora trovato quello che fa per noi.
Il gran gelo andava sciogliendosi dalle membra di
Francesca, e lasciava un vuoto spaventoso e assoluto
dove erano stati ardenti desideri e propositi.
Si alz in piedi compostamente, a denti stretti:
- Vuoi essere cos gentile da farmi usare ancora
una volta la vostra macchina? Stanotte voglio dormire
a Catanzaro.
Francesca mi scrisse a primavera inoltrata, quell'anno,
per comunicarmi che andava a Nizza a dirigere
una grande Maison de beaut.
Non  proprio Parigi come sognavo, ma forse
 meglio e conto di sistemarmi nel modo che ho
sempre desiderato. Se verrai in Riviera, considerati
invitata.
Del fidanzamento, niente. Parlandone con Agostino
me ne rammaricavo:
- In un certo senso - disse lui avvilito - noi
tutti dobbiamo avere dei rimorsi a proposito di
Francesca. Per io spero che questa volta il lavoro
serva a riempirle la vita e darle la sicurezza che ha
sempre cercato. Ci sono tante strade per arrivare
alla maturit!


RANIERI.

Ranieri lasci il Colle approfittando della macchina
dell'esattore delle imposte, il cui figlio si sarebbe anch'esso
iscritto all'universit quell'anno.
A Roma si sistem, come centinaia di altri studenti
provinciali con mezzi limitati, in una camera
mobiliata che divideva appunto con il figlio dell'esattore,
suo amico di fiducia e tirapiedi, come diceva
Agostino.
Nel corso del periodo universitario avevo potuto
avere da lui notizie dirette, poich non perdeva alcuna
occasione di ritornare a Colle San Ranieri, forse
non tanto per affezione verso i suoi quanto per
non perdere i contatti con chi ancora gli poteva
giovare, ma non fu certo durante i nostri incontri
amichevoli, anche se frettolosi, che fui informata
dei casi della sua vita.
Ebbi invece sempre dei resoconti fedeli dal suo
segretario, il Richetto figlio dell'esattore che, non so
perch, mi aveva presa in gran simpatia e certe volte
con mio grandissimo imbarazzo, sebbene fossimo
coetanei, pretendeva da me consigli e assistenza materni.
Ranieri non aveva millantato il potere politico e
sociale delle persone cui, arrivando a Roma, si era
rivolto, ma probabilmente era solo merito suo se
quelle persone, invece che della benevola e fugace
attenzione che si rivolge a un ragazzo di provincia,
gli erano diventate larghe di appoggi e protezioni.
Non so a quali compromessi egli fosse in grado di
adattarsi ma non credo troppi, considerando l'alto
concetto che aveva di s; sono piuttosto convinta
che egli sapesse rendersi indispensabile in molte
circostanze, che comprendesse a volo le situazioni,
che, insomma, fosse in diversa proporzione quello
che era stato nel piccolo mondo di Colle San Ranieri.
Comunque gli era andata bene: gi alla vigilia
della laurea egli occupava un posto serio nello schieramento
giovanile del suo partito e ci si aspettava
di pi negli anni immediatamente prossimi. Nessuno
sapeva, per, in quanta solitudine egli combatteva
queste prime battaglie, neppure il fido Richetto
che cercava di alleviargli ogni fatica materiale,
prestandosi a tenergli in ordine la biancheria nei cassetti
e gli appunti sulla scrivania, ma che non sarebbe
mai giunto a concepire un Ranieri tormentato o
incerto.
Nella sua piccola vita di studente quasi povero,
Richetto si era fatto una ragazza, e piuttosto bellina
anche, e nello scoprire il piccolo intrigo Ranieri
fu dapprima divertito e poi irritato, ma per
ricacciare questo pensiero fastidioso fece sfoggio
di cordialit verso il suo amico, lo canzon senza
ironia, lo spinse a uscire pi spesso, gli prest
perfino, nei giorni neri, pochi dei suoi pochissimi
denari. Richetto e la sua Gabriella ne furono sbalorditi
e felici, gli restituirono in devozione - debbo
dire venerazione? - quanto ricevevano, e fu
proprio questo calcolato impulso di generosit in un
momento in cui piombavano addosso a Ranieri le
fatiche della laurea, un incarico importante di partito,
mille altri seri impegni, che gli fece incontrare
l'ostacolo che non aveva mai preventivato: si innamor.
Aveva avuto qualche avventura, gli sarebbe parso
di non essere completo senza quelle esperienze;
esse facevano parte della sua personale pianificazione.
Questa volta non vi furono valutazioni di opportunit
anche perch quando Ranieri si accorse di
essere innamorato era gi troppo tardi. Gabriella
parlava in giro di lui come dell'uomo pi geniale,
pi bello, pi elegante che avesse mai conosciuto,
fatta naturalmente eccezione per il suo Richetto, che
non era niente di tutto questo. Da parte sua Richetto
vantava con Ranieri, quasi per acquistare importanza,
certe amiche e certe parenti di Gabriella,
ragazze interessanti ed eccezionali, studentesse, artiste,
sportive, tanto che una sera si permise di proporre
all'amico una pizza in compagnia, se avesse
avuto tempo, naturalmente. I soldi li aveva lui, appena
ricevuti dal Colle.
Cos, pronti ambedue ad essere esibiti, Ranieri e
Carla si incontrarono in un modesto locale nei pressi
di piazza Navona.
Avevano tutti e due i nervi ed erano tutti e due
furibondi contro l'inerme Richetto e l'ingenua Gabriella;
Ranieri fu pi caustico del solito e con sua
meraviglia trov chi lo ribatteva a muso duro.
La serata fall in una serie di scontri su tutti i
fronti, persino su quello politico, e fin con un poco
convinto Ci rivediamo.
Si rividero perch si somigliavano e l'uno aspirava
a prevalere sull'altro, poi si rividero perch
era inutile prevalere l'uno sull'altro avendo tanti
punti di vista comuni, poi si rividero perch non
ne potevano fare a meno.
Fu un lungo amore il loro, pieno di contrasti,
di ribellioni, di brevi eclissi, di tempestose riconciliazioni,
un amore solitario, in quanto isolato completamente
dal mondo circostante, dalle attivit e
dalle esigenze delle loro vite esteriori.
Carla lavorava per vivere e contribuiva al mantenimento
dei genitori, Ranieri non era ricco, per
quanto ora con incarichi, articoli, partecipazioni a
interviste radiofoniche arrotondasse il magro assegno
familiare, la cosa non aveva importanza perch
non si parlava tra loro di matrimonio n si parlava
di avvenire, come se fosse sottinteso che sarebbero
stati per sempre l'uno accanto all'altro.
- Che vuoi che ti dica? Non ci capisco niente!
- mi confessava tutto avvilito Richetto. - Ci sono
dei giorni in cui neppure si guardano, dei giorni in
cui scompaiono e non vogliono vedere nessuno. Purch
questa cosa da matti non gli freghi la carriera,
a Ranieri!
Lo consolavo ricordandogli che niente poteva
smuovere Ranieri dalla strada che aveva deciso di
scegliere.
- Finir per sposarla!
- Non credo, se a lui non conviene, sta tranquillo!
Il buon Richetto tornava sulle sue oneste posizioni:
- E poi, se vogliamo dire la verit, sarebbe meglio
se la sposasse, si metterebbe pi tranquillo!
Che Ranieri fosse pi tranquillo era la massima
aspirazione di Richetto, che, ormai fuori corso e ufficialmente
segretario del futuro onorevole, era continuamente
bistrattato, assillato e confuso da feroci
rimbrotti, da esigenze tiranniche e spesso da urla
incontrollate del suo amico-principale.
Del resto Ranieri, che pur non era Richetto, doveva
subire a sua volta la lunatica autorit dell'eminente
uomo politico a cui aveva legato il suo carro
e, conoscendo le sue reazioni ad ogni imposizione,
si capiva quanto bisogno poteva sentire di un
capro espiatorio.
Carla certo non poteva rappresentare un capro
espiatorio, era inconcepibile anche solo pensarlo.
Poteva servire e serviva di sostegno e di incitamento,
non da oggetto di sfoghi o rivalse. Questo era
il valore che assumeva agli occhi di lui e gliela
rendeva indispensabile. E cos dur fino ad alcuni
avvenimenti decisivi.
Vidi Ranieri, alla vigilia di tali avvenimenti, quando
venne per la morte di suo padre. Era magro, col
volto scavato, il naso pi arrogante che mai. Accenn
a una candidatura, non disse quale, da cui
dipendevano tutti i suoi progetti futuri. - Siamo
in piena battaglia, sai - mi confid.
- Non era quello che volevi?
- Naturalmente! - assent senza entusiasmo,
anzi, con una sorta di irritazione. - Ma se mi va
male pianto tutto e mi metto a fare l'avvocato.
- Ma va! Ti ricordi di quello che diceva Aldina,
che ti vedeva ministro?
- Aldina... - ricord con un sorriso - sai che
pensavo che un giorno l'avrei sposata? Era il mio
tipo.
E non volle dire altro.
Degli avvenimenti che seguirono parl qualche giornale
regionale, senza troppi particolari trattandosi
di persone in vista, ma della tensione dei rapporti
tra Ranieri e l'uomo politico suo patrono mi aveva
gi parlato Richetto.
 difficile per noi profani valutare il gioco di questi
interessi e con me furono molti a non esserne
al corrente, cos che la notizia di una clamorosa rottura
tra i due giunse inaspettata.
Pare - a quanto sentimmo dire - che al momento
di concedere l'appoggio previsto il vecchio
rinnegasse tutte le sue promesse, fino al punto di
proporre ufficialmente un candidato diverso.
Non so se il colpo abbia colto Ranieri in un periodo
difficile, se la lunga tensione dell'attesa e i
suoi tempestosi rapporti con Carla abbiano influito
sul suo comportamento. Sono pi propensa a credere
che si sia trattato dell'esplosione prevedibile
di una insofferenza troppo compressa.
Una scenata clamorosa in una sede pubblica fu
la conclusione di anni di innaturale sottomissione,
e provoc una sorta di scandalo subito soffocato,
che colp Ranieri nel pieno del suo slancio in avanti.
Dopo vidi solo Richetto perch Ranieri era partito
con Carla per una destinazione ignota, che poi
credo fosse una qualunque localit turistica dove la
giudiziosa e energica Carla lo aveva messo in salvo
da ulteriori attacchi e persecuzioni di giornalisti e
di compagni di partito.
- Adesso la sposer - sospirava Richetto - e
non  male, ma come far a mantenerla?
La storia di Ranieri, che a Roma aveva avuto una
eco di qualche giorno, tenne a lungo la cronaca del
Colle con i commenti, le maldicenze e le insinuazioni
che trovano nei piccoli centri un terreno fertile.
Carla vi aveva la sua parte: dicevano che aveva rovinato
il poveretto togliendogli quella calma e quel
buon senso per cui era ben noto, spingendolo a un
atto inconsulto, secondo altri era addirittura nata
una rivalit tra il vecchio onorevole e il suo allievo
a causa di quella donna, secondo i pi benevoli,
infine, Ranieri sarebbe certo ritornato al Colle mettendosi
tranquillo con una moglie e la professione
d'avvocato.
Ranieri non ritorn a Colle San Ranieri con la
moglie, ma intraprese la carriera forense come aveva
annunciato ipotizzando una sconfitta politica.
I soliti colligiani, forse abbastanza informati, dissero
che, come risarcimento delle delusioni subite
o come mezzo per liberarsi di un elemento molesto
ma ancora temibile, in alto loco gli avessero facilitato
l'ingresso in un notissimo studio legale senza
alcun apporto di capitale.
Si trattava di uno studio di alto livello che trattava
affari e questioni relative a personaggi noti in
campo internazionale e che contava tra i propri
clienti anche nobildonne ed attrici con vaste amministrazioni
di beni o divorzi pendenti.
Incredibile a dirsi, Ranieri ebbe un successo stranamente
immediato, in questo campo, sebbene fosse
l'ultimo arrivato e guardato dubbiosamente dai
colleghi pi anziani.
La sua nascente fama di divorzista apportava allo
studio quei capitali che egli non aveva potuto versare
quale socio e anche se era ricordata la sua avventura
in campo politico, si lodavano la sua indipendenza
di giudizio e l'intolleranza nei confronti
della sottomissione e del compromesso.
Carla continuava a vivere con i suoi e lavorare,
sebbene qualche volta sentisse la fatica del suo mestiere,
ma quell'ora della giornata che sempre Ranieri
trovava per lei riusciva a compensarla di tante
ore un po' squallide. Ci teneva ancora alla propria
indipendenza, aveva un piccolo mondo di amicizie
a cui Ranieri non partecipava, ma lo faceva con
sforzo, per mantenere il punto. In verit si era addolcita
e spesso, sempre pi spesso, cedeva nei loro
contrasti assai meno tempestosi dei primi tempi.
Proprio perch era meno forte di un tempo, Carla
cominciava a sentire sempre pi acuto il disagio di
diventare uno strumento, una distributrice di tenerezza,
di conforto e di amore con una ben scarsa
contropartita, ma continuava ad esercitare la propria
pazienza, tristemente persuasa che Ranieri non
poteva dare di pi.
Venne poi il momento in cui il crescente successo
e i pi intensi impegni li obbligavano a distanziare
gli incontri, a rimandare gli appuntamenti, e successe
anche di peggio: la riservatezza gelosa dei loro
rapporti, che in principio era dettata dal desiderio
di essere soli a goderne, divent per Ranieri il disagio
di essere visto in giro con una ragazza modesta,
dall'aria un po' trascurata.
E ci fu finalmente un fatto determinante. Nonostante
il lavoro e i risultati brillanti, Ranieri non
era ancora ricco. Certo viveva largamente, abitava
un miniappartamento in un Residence di lusso, non
era obbligato ad economie umilianti, ma la sua posizione
di socio pi giovane dello studio gli rendeva
meno che a tutti gli altri e assai meno di quanto
valesse il suo lavoro.
Ranieri non era avido di denaro, era avido del
potere che poteva dare il denaro e con impazienza
vedeva ritardare il giorno in cui avrebbe posseduto
quel potere. Lo confid un giorno al collega con
cui aveva pi dimestichezza, lamentandosi della propria
posizione finanziariamente subordinata. L'amico
rise:
- Perch tra le fate che frequenti non ne scegli
una che abbia soldi, magari divorziata?
Divorziata no, ma la possibilit di sposare una
ragazza ricca che gli desse in denaro quello che lui
poteva darle in prestigio e in considerazione sociale
cominci a occupargli la mente.
Di sposare Carla, naturalmente, non se ne era
mai parlato: Carla era Carla, sempre presente quando
ci fosse da sostenerlo e confortarlo, ma se fosse
diventata sua moglie avrebbe fatto sorgere troppi
problemi e lei stessa, probabilmente, se ne rendeva
conto.
Senza quasi accorgersene cominci a guardarsi
attorno e con compiacenza not che forse poteva
anche scegliere. Scelse bene perch, dedic la sua
attenzione a una signorina impeccabile sotto tutti i
punti di vista, giovane, carina, figlia di un alto magistrato,
ricca di un solido patrimonio familiare,
bionda, per ritornare ai suoi antichi gusti, non timida
ma riservata quanto bastava, e probabilmente
docile.
Il primo impulso che ebbe non appena fatta la
scelta fu quello di consigliarsi con Carla e con grande
meraviglia si rese conto che ci non era possibile.
Ancor pi meravigliato fu quando comprese
che avrebbe dovuto agire di nascosto da lei, ma era
talmente rigido nelle sue decisioni che prosegu nella
via prescelta rimandando al momento propizio
tutto il discorso.
Vide spesso la bella Cecilia; piaceva al padre,
alla madre, ai due fratelli maggiori che lo invitarono
a Roma e in campagne e al mare e anche a
Cortina dove le signore andavano in febbraio, come
tutte.
Uno stop venne da dove meno c'era da aspettarselo:
da Richetto. Non pi suo segretario e nemmeno
laureato, Richetto si era per sposato con
Gabriella e si era stabilito al Colle, impiegato al
Tribunale; io li vedevo spesso e avevo lavorato i
golfini a maglia per il nascituro primogenito. Andando
per cose d'ufficio a Roma, Richetto aveva
fatto una visita di dovere a Ranieri e, capitando in
un momento di euforia, aveva ricevuto l'annuncio
del prossimo fidanzamento.
- E Carla? - aveva chiesto a bocca aperta.
- La vedo ancora, che credi? Carla capisce tutto
e capir anche questo, perch ha sempre voluto
il mio bene.
- Glielo hai detto?
- Ancora no, ma non penso sia un problema.
Il povero ex segretario era pallido di sgomento,
e, per la prima volta in vita sua, di indignazione.
- Scusa, io non ti capisco... - balbettava.
Ranieri si era innervosito:
- Che cosa c' da capire? Carla  il buon senso
personificato, ci vogliamo bene da tanti anni, credi
che potr disapprovare un passo che risolve tante
situazioni?
- Ma tu... a chi vuoi bene? - Richetto balbettava
sempre di pi.
- A Carla voglio bene, come sempre e le vorr
sempre bene. La mia fidanzata mi piace,  adatta a
me,  la moglie che ho sempre desiderata...
- Scusa sai - sbott l'onesto Richetto, libero
a un tratto dall'antica soggezione - sarai un grande
avvocato divorzista, ma te come te sei una gran
carogna! - e se ne and sbattendo la porta. Cos
si concluse la loro amicizia.
Un altro intralcio imprevisto fu la madre, che
pure non aveva mai discusso le sue decisioni e che
sapeva cos poco di lui, godendo o gloriandosi dei
suoi successi. Per non so quale scrupolo, Ranieri
stim opportuno comunicarle le sue intenzioni matrimoniali
e venne apposta in citt per parlarle.
Quella povera donna di sua madre scelse come oggetto
delle sue obiezioni il meno adatto ad essere
efficace: non parl di Carla, di cui ufficialmente non
doveva sapere e che in cuor suo considerava responsabile
dei fatti accaduti, ma se ne usc con una
frase infelice:
- Come potrai avere un matrimonio felice con
una tanto diversa da noi?
Apriti cielo o meglio apriti piaga sotto il dito
crudele!
Ci volle tutta la padronanza dell'avvocato esperto
per impedire che nella vecchia casa di porta Romana
risuonassero gli urlacci del giovine Ranieri. Con
calma rabbiosa l'avvocato disse:
- Tu non puoi renderti conto della mia situazione,
del resto - aggiunse con fredda cattiveria -
sta tranquilla, non avrete molte occasioni di stare
insieme!
Ripart senza farsi vivo con nessuno e fu soltanto
attraverso le chiacchiere della sorella indignata
che al Colle si apprese il suo prossimo matrimonio.
Come previsto, Carla non rappresent un problema:
non so se si aspettasse il colpo o se fosse troppo
stanca per lottare ancora. Ci fu nella loro spiegazione
definitiva, per, un elemento imprevisto: la
disperazione di Ranieri
Gli piomb addosso tutto a un tratto nera, struggente,
distruttiva, come se fisicamente gli si strappasse
qualcosa dalla carne: egli non aveva mai provata
la sensazione di trovarsi all'improvviso inerme
e indifeso, per un attimo consider che in avvenire
gli sarebbe mancata una barriera contro cui magari
cozzare, ma che l'aveva sempre protetto.
Io, con pochissimi altri, ricevetti la partecipazione
delle nozze e qualche giorno pi tardi ne vidi
su di un rotocalco le fotografie, ma proprio quel
giorno avevo avuto una lettera di Odofredo da Boston
e questo era per me assai pi importante. Comunque
ammirai la sposa, piccolina, bionda, con
uno stupendo vestito, tra una eletta schiera di parenti
e amici e notai il viso arrogante e soddisfatto
dello sposo.
Entrato in una cerchia familiare e mondana a
lui praticamente estranea fino a quel momento,
Ranieri non cerc affatto di essere benevolmente tollerato,
ma riusc, come al solito a prevalere.
Lo aiutarono in questo molti elementi tra cui l'indole
della sposa, un po' pigra e cedevole, nei primi
tempi stordita dall'energia di lui e dalla sua incessante
attivit, l'estraneit del suocero tutto dedito
ai doveri della carica, la leggerezza della suocera e
dei cognati. Gli fu facile cos prendere in pugno
l'andamento della casa, della condotta sociale, delle
decisioni di tutta la famiglia.
Dopo qualche mese ogni cosa fu fatta per sua
volont e col suo consenso, pena le sue collere fredde,
i suoi silenzi spietati e i suoi scherni sanguinosi.
Dopo un anno su tutti i loro reciproci rapporti, anche
su quelli con la moglie verso la quale egli era,
a dire il vero, fedele e, a suo modo, affettuoso, regnava
una specie di soggezione timorosa.
Cos Ranieri, ebbe una famiglia perfetta, inattaccabile
sotto tutti i punti di vista della coesione e del
rispetto reciproco, una organizzazione domestica che
rispecchiava quella professionale: rigida, corretta,
esemplare, un bel blocco di ghiaccio scintillante e
ammirevole, che non si scioglieva perch in perpetuo
alimentato da un apporto di gelo.
Quel gelo doveva investire anche me, pi tardi,
quando rividi Ranieri, e scoprii che nel blocco esistevano
invisibili incrinature.


ALDINA.

Quando dovette decidere a quale facolt iscriversi,
Aldina affront la battaglia prevista e inevitabile,
perch in diverso modo sua madre e suo padre erano
contrari a che studiasse medicina: la madre perch
ne aveva orrore pensando alla sua bambina tanto
bella e delicata fra le brutture e le difficolt degli
studi e della professione, il padre perch pensava
semplicemente che sua figlia aveva sufficiente denaro
e bellezza per piantare tutto e prendere marito.
Nella segreta dolcezza di Aldina, per, vi era una
vena di ostinazione che io avevo sempre sospettata
e che si rivel in tutta la sua durezza prima nell'ottenere
l'autorizzazione agli studi che aveva scelto e
poi nella determinazione della sede dove intendeva
compierli.
Dopo discussioni senza fine che turbarono a lungo
la pace di una casa immobile da anni nelle sue
abitudini, fu deciso che Aldina si sarebbe iscritta a
Pisa. Era un compromesso, in quanto a Pisa viveva
un fratello di sua madre, professore alla Normale,
che avrebbe potuto estendere la sua tutela alla nipote,
mentre la citt era abbastanza lontana dal Colle
per non ancorarla all'ambiente che voleva sfuggire.
Negli ultimi giorni di quel settembre Aldina ed
io fummo pi vicine di quanto lo fossimo mai state
e la vidi trasformarsi, pi animata e vivace, sopportare
con impassibile pazienza i preparativi che
sua madre ultimava come se si trattasse di una migrazione
storica.
- Di' la verit - le chiesi un giorno - non fai
tutto questo per una impuntatura verso i tuoi?
Sorrise, al solito, con la sua dolcezza segreta:
- No no, ma vedi, fino ad ora sono stata niente,
una specie di ingranaggio in un sistema prestabilito.
Voglio provare ad essere qualcuno che abbia volont
propria, ad essere padrona anche di sbagliare, a
non essere eternamente protetta! - come pentita di
tanta confidenza aggiunse: - Non credere che lo
faccia per dare dispiacere ai miei, poveretti, non lo
meritano. Lo faccio cos...
Quel cos indeterminato era stato e doveva essere
in seguito una formula,per nascondere il proprio
pensiero.
Part carica di bagagli, accompagnata dal fratello
che doveva sistemarla a Pisa in una pensione elegante
e raccomandata ma che, essendo i due giovani
complici nella segreta ostilit al sistema, la scaric
sulla soglia di detta pensione e part subito per
Firenze per godersi una serata proibita.
Aldina non era per sua natura una dilettante, ce
ne eravamo accorti anche quando studiava al liceo.
Entr alla facolt con propositi fermi e si comport
subito in conseguenza. Il suo ingresso fece sensazione:
sebbene le studentesse di medicina fossero
numerose, la presenza di lei dest un vero sconvolgimento
di curiosit e di gallismo tra i colleghi, matricole
e anziani.
Lei era gentile e serena come al solito, impassibile
di fronte alle manifestazioni di cattivo gusto e
lietamente partecipe a tutte le altre, ma non manc
mai ad un solo corso, anche a quelli scarsamente interessanti
e poco seguiti che fanno parte del programma
del primo anno.
Super con sforzo ostinato il trauma delle prime
lezioni di anatomia, giunse alle esercitazioni in sala
incisoria impassibile, forse un po' pallida, calzando
i guanti di gomma come avrebbe indossato dei guanti
di lusso per una festa e nessuno os pensare che
lo facesse per posa, ma anzi molti la fissavano incantati
come se assistessero a uno spettacolo raro e
misterioso. Accadde, come doveva accadere, che in
qualcuno dei suoi colleghi la galanteria sfacciata si
trasformasse in innamoramento palese e questi episodi
erano noti a tutti e se ne parlava in facolt, Aldina
si comportava come si era comportata al Colle
nei confronti di Agostino e di altri: con dolcezza e
gentilezza senza favorire ne deludere. Lei stessa mi
aveva confessato, un giorno, di non tollerare queste
forme dispersive di amore, perch credeva all'amore
unico, se fosse venuto.
I primi tempi della nuova vita furono una vera
orgia di solitudine e di autonomia. Gli zii, dopo
qualche tentativo di accaparrarsela in continuazione,
si limitavano ora a una telefonata serale e agli
inviti domenicali che con antica signorilit provinciale
comprendevano numerosi amici ed erano occasioni
di discussioni dotte o alti scambi di idee, tutte
cose piuttosto melanconiche per una ventenne, ma
che Aldina considerava suo dovere accettare.
Cos trascorsero i primi anni e fu superato il pi
importante esame di anatomia.
Il continuo sforzo per mantenersi libera e autosufficiente,
frutto del complesso di frustrazione familiare
sofferto nell'adolescenza, l'aveva irrigidita
in un controllo costante di se stessa e dei suoi atteggiamenti
che avrebbe finito col rovinare il tesoro
di intelligenza e di bellezza che aveva ricevuto dalla
sorte. Un paio di volte mi sembr che avesse preso
interesse a qualcuno ma evidentemente furono falsi
allarmi perch il silenzio seppell le vaghe confidenze
sfuggite per caso.
Lei sorrideva, come sempre, e protestava dolcemente:
- Non capisco di che vi affannate. Io sono contenta
di studiare e di vivere in pace. Il resto andr...
cos... - e faceva il solito gesto con la mano.
Quando Aldina cominci a frequentare le cliniche
si rinnovarono intorno a lei ammirazione e curiosit
da parte dei giovani medici con cui ora doveva
lavorare, ma quell'attivit gi quasi professionale
occupava tutti i suoi pensieri e le sue energie.
Con la correttezza che faceva parte del suo comportamento,
tuttavia, continuava a frequentare, alla
domenica, la casa degli zii. Qui si radunavano professori
ed ex professori della scuola Normale e
l'atmosfera subiva l'influsso naturale della maturit, per
non dire della vecchiaia, della maggioranza degli intervenuti,
tutti uomini di scienza, e ben pochi erano
i rappresentanti delle nuove leve della cultura.
Ma non fu un giovane studente a rendere pi interessanti
le domeniche di Aldina nell'ampio e antiquato
appartamento di piazza Santo Stefano, fu invece
un quarantenne giunto provvisoriamente da Bologna
e ammesso grazie alla sua notoriet di giornalista
anche se due suoi recenti volumi, spiritosi quadri
di costume, fossero considerati roba leggera tra
quei sapienti accademici.
Essendo abituato per la sua professione a cogliere
le sfumature di ogni ambiente, il nuovo venuto
rest subito colpito dal contrasto tra quel sinedrio
di vecchi e la figurina botticelliana della bella ragazza,
che credette figlia del padrone di casa; ancora
pi si incurios quando la sent chiamare dottoressa,
complimento un po' prematuro che tutti
le prodigavano, e credette che, per quanto sembrasse
tanto giovane, insegnasse in qualche scuola.
- Scusi, dottoressa - domand con interesse -
lei insegna a Pisa?
Aldina ebbe il pi dolce e misterioso dei suoi sorrisi:
- Non insegno e confesso di non essere dottoressa,
studio solo medicina - fu una risposta che
richiam altre domande, si venne a parlare di Colle
San Ranieri, dei suoi ipogei etruschi e dei suoi monumenti
rinascimentali con una animazione che era
gi confidenza.
La zia, invincibilmente portata al combino matrimoniale,
si ripromise quindi di ricavare :da suo
marito ampie informazioni su quell'ospite occasionale.
Queste informazioni furono purtroppo solo
quelle che tutti sapevano, ma ottime: capo primo:
scapolo, autore brillante e ricercato, collaboratore
conteso di giornali e riviste serie, buon parlatore e
introdotto negli ambienti culturali.
La signora non era contenta:
- Ma come  possibile che tu tiri in casa un
tale senza sapere almeno se  ricco, se, con i tempi
che corrono, non se la fa con un'attrice o con una
donna sposata, se ha dei parenti!
- Ma cara - esclamava esterefatto il povero
professore - quando mai ci siamo impicciati nella
vita privata dei nostri conoscenti? Anche se ha delle
amanti, purch non le porti da noi...
- Uffa - sbuff la consorte - sarai un cervellone,
ma non capisci niente!
Dal canto suo, Aldina non aveva desiderio o intenzione
di porre interrogativi, ma senza sua insistenza
ebbe le risposte fin dalla prima sera in cui,
accompagnandola alla pensione, Andrea parl molto
di s per indurre lei, invano per il momento, a
ricambiare le confidenze.
Dovendosi fermare per una settimana a Pisa in
occasione di un congresso, egli chiese di rivederla
senza aspettare le dotte domeniche in casa dello zio
e os ancora di pi invitandola a cena in un locale
rinomato e poi, avvertito gentilmente da lei sul
carattere particolare del pettegolezzo cittadino, proponendole
di sfuggire il rischio andando verso la
Marina o a Viareggio.
Fu appunto quella sera nella macchina ferma lungo
la riviera un po' squallida della foce d'Arno, resa
irreale dalla nebbiolina invernale che moltiplicava
le distanze, che Andrea parl d'amore:
- Sto vivendo un'esperienza unica, Aldina, una
sensazione cui avevo ormai rinunciato da un pezzo...
Lei lo ascoltava, un po' trasognata, chiese sottovoce:
- Quale?
- Quella di avere incontrata una giovinezza limpida
come non credevo che esistesse pi...
Aldina sorrise:
- Anch'io sto facendo un'esperienza nuova, ma
io ero sicura che sarebbe venuta e l'aspettavo.
- Dimmi quale, Aldina.
- Quella di essere innamorata - lei rispose brusca
e sincera, senza esitazione. Quando Andrea la
baci rimase un po' pensosa.
- Che c'? Sei delusa, sei pentita?
- No, pensavo che era proprio cos che me lo
aspettavo!
Risero deliziosamente in una felicit avvolta di
nebbia leggera color madreperla, poi parlarono subito
dell'avvenire.
- Che facciamo ora? Come potremo vederci senza,
scusami sai, ricascare nel salotto di tua zia?
- Io sono qui che ti aspetto. Cerca di ritornare
appena puoi, non occorre che lo diciamo a nessuno,
tantomeno alla zia.
Contrariamente a quanto andavano temendo gli
zii, Aldina non correva alcun pericolo. La sorte
che pareva aver tracciato per lei una strada limpida
e lineare, l'assistette anche in questo. L'amore tanto
salvaguardato da avventure di poco conto, era arrivato
come lei aveva aspettato e voluto e c'erano dei
giorni in cui, ricevendo una lode dal professore al
letto di un malato e sapendo che tra un'ora le sarebbe
giunta la telefonata di Andrea, le pareva di
aver toccato il vertice e sentirsi completa, libera e
fortunata.
In primavera, la madre e padre di Aldina vennero
a Pisa. Regista dell'avvenimento, con il distaccato
consenso di Aldina, che era del tutto indifferente
a quelle manovre, fu la zia che con astuzie piuttosto
scoperte, invit Andrea a Pisa per qualche giorno.
I due innamorati ridevano da un pezzo di questo
gran daffare che si davano i vecchi per realizzare
quanto loro avevano gi deciso.
La sera del loro arrivo, il padre aveva trattenuto
Aldina che, alzandosi da tavola si accingeva a ritornare
alla sua pensione.
- Senti un po' tu, giacch ci hai servita questa
novit, non puoi parlarne un poco con noi?
- Tu sai gi tutto, pap, e credo che non ci sia
niente da rimproverare a me e a Andrea.
- Certo, certo, non hai scelto male, ma hai pensato
a tutto? Alla tua laurea che  cos vicina e che
non vorrai sprecare...
- ... e al fatto che lui  tanto pi... grande di
te? - intervenne la madre combattuta tra sollievo
e paura.
Aldina sorrise senza pi misteri:
- Ve l'ho gi scritto: alla laurea non rinuncio,
mi trasferir all'universit di Bologna e dar gli ultimi
esami e la tesi.
- Dopo sposata? - sospir la madre, scettica.
- Certo, Andrea  d'accordo, non sono la prima
a farlo.
- E... per l'et? Ci hai pensato? Quando tu
avrai...
- Oh mamma! - si impazient per la prima
volta la figlia. - Non stare a calcolare tanto! Quando
io avr... lui avr... e saremo contenti lo stesso.
Chi ci pensa?
- Basta - concluse giudiziosamente il padre
- domani lo vedremo, questo uomo famoso!
Un pranzo raffinato in una saletta privata dell'albergo,
una cordialit presto stabilita, un'Aldina radiosa
in uno dei suoi soliti cashmir color pastello
conclusero quel primo incontro.
- Adesso io resto qui a Pisa e andiamo poi a
Firenze a comprare le tue cose - decret affannata
la madre, spalleggiata dalla zia. - Se avete tanta
fretta bisogner comprare tutto confezionato - sospiravano.
- Ma mamma, abbiamo tre mesi interi, debbo
dare gli esami, prima!
- E tu pensi agli esami! Ti sposerai vestita di
stracci.
Non spos vestita di stracci, Aldina, spos a Colle
San Ranieri in una meravigliosa giornata di estate,
con un abito di Valentino di foggia vagamente
ottocentesca, leggero e ingenuo nei suoi merletti e
il Duomo era tutto addobbato, secondo la sua scelta,
di iris fiorentine bianche e lilla.
Ero tanto contenta per Aldina: la vedevo finalmente
cos libera, aperta, appagata che il suo avvenire
mi sembrava ormai senza nubi. Senza pi misteri,
era una bellissima sposa!
Come tale fu accolta a Bologna, nella cerchia degli
amici di Andrea. Questi non aveva voluto che
sua moglie o i parenti di lei si occupassero della
casa dove avrebbero abitato ed effettivamente vi
erano ben poche cose da cambiare nel vasto appartamento
di via Garibaldi, al primo piano di un palazzo
antico, con stanze grandi come sale, in cui da
due generazioni la famiglia aveva disposto mobili
e oggetti d'arte, argenterie e tappeti preziosi, memorie
di esistenze agiate e raffinate di letterati o di
grossi professionisti.
Andrea viveva solo da quando i genitori erano
morti e i fratelli stabiliti altrove, ma la solitudine
era relativa, in quanto le sue conoscenze ed amicizie
erano numerosissime e tutte liete di godere della
sua cordialit e ospitalit.
Rientrata da un brevissimo viaggio di nozze che
l'aveva confermata nel suo meraviglioso amore per
Andrea, la sposa cos abituata alla studiosa solitudine
fu un po' stordita dalla complessit dei compiti
che l'attendevano come padrona di casa e soprattutto
dal continuo andirivieni di amici e di 'collghi che
per Andrea era invece consueto. Le fu perfino difficile
avere qualche mattinata libera per perfezionare
il suo trasferimento alla facolt di Bologna.
Oltre che laureanda in medicina, adesso era anche,
e principalmente, la moglie di un uomo noto
e brillante il cui lavoro si basava appunto su continui
rapporti con gli altri, senza un metodo prestabilito.
Per di pi, egli era vissuto solo per troppi
anni per mutare all'improvviso le sue abitudini. Cos
Aldina tornando trafelata, in pantaloni e maglione,
dalle lezioni in clinica doveva ansiosamente far finta
di controllare l'operato della domestica in cucina,
aiutare a preparare la tavola, correre a cambiarsi e
poi, pi tardi, cambiarsi ancora per uscire o accogliere
gli amici.
Andrea rideva teneramente del suo smarrimento
e cercava sinceramente di aiutarla.
- Dobbiamo cercare di organizzarci, in modo
da poter lavorare tutti e due - proponeva Andrea
ogni volta che in casa nasceva un pasticcio dovuto
a ritardi o a dimenticanze, ma poi finivano con lo
scherzare sorvolando ogni difficolt e rimandare a
tempo pi opportuno la ricerca del sistema ideale
per accordare le loro occupazioni.
Lei dovette, con un rimorso del tutto superficiale,
saltare una sessione per seguire Andrea in Germania,
proprio nei giorni stabiliti per gli esami, e nella
sessione seguente, se la cav con un miserabile
ventisette : in clinica chirurgica, proprio sul campo
delle sue migliori esperienze pisane.
Del resto la vita era lieta, facile, luminosa a Bologna.
- Non ti pare un po' distensiva, la vita che facciamo? -
chiedeva a suo marito quasi cercando un alibi.
- E perch? Il nostro lavoro va a gonfie vele,
stiamo tanto bene insieme, che cerchi, pignoletta
mia?
Ringiovaniva, Andrea, e Aldina sorrideva tra s:
Meno male che la mamma si preoccupava che avesse
quarant'anni!.
Per consolazione sua e dei suoi, riusc a dare l'ultimo
esame, ma con uno sforzo tale da uscirne spossata.
Quell'esame, appunto, fu la causa del loro primo
litigio, quando, in previsione di doversi alzare presto
nel giorno stabilito, lei cerc di esimersi da un
invito che invece pareva fosse utile e gradito a
Andrea.
- Tu lo sai che tra una cosa e l'altra, non si
rientra prima delle due - si era lamentata - e io
alle sette debbo essere pronta!
- Che bisogno hai di dare l'esame domani? Hai
tanto tempo! E io questa volta voglio essere presente
a quella cena,  assolutamente necessario.
- Voglio? - scatt Aldina innervosita. -  la
prima volta che dici voglio, con me? Se vuoi vacci
solo!
- Andrei solo ben volentieri se non avessero ben
specificato che aspettano anche te.
- Gi, perch io servo da... - si morse le labbra,
atterrita di ci che stava per dire, una cattiveria
inconcepibile.
- ... da cosa? - fece lui calmo e minaccioso.
Terrorizzata, Aldina gli si gett tra le braccia
d'impeto, singhiozzando incoerentemente:
- Che mi fai dire! Mi hai fatto perdere la testa,
oddio Andrea, non pensavo a quello che dicevo,
scusami, scusami!
Era cos disperata e sconvolta, dimentica della
sua compostezza abituale che Andrea si commosse,
la strinse, la baci cullandola come una bambina.
Pi tardi, lavandosi il viso gonfio e vestendosi
per uscire, lei si volse a guardarlo con un tiepido
scherzo:
- Di' un po', non cercheresti per caso di sabotare
la mia laurea?
- Io? Sei matta? Il nostro patto  che ciascuno
di noi si esprima come crede meglio. Ti ho ben
chiamata dottoressa, la prima sera.
Risero, si baciarono ancora e Aldina, dopo il ricevimento,
dorm poco ma diede l'esame senza macchia
sul suo curriculum universitario.
In quel periodo Andrea fu mandato in Messico
per un'inchiesta televisiva e non fu possibile a sua
moglie seguirlo; era la prima volta che restava sola
per tanto tempo e la mancanza della presenza animatrice
di lui proprio in un periodo di incertezza
in cui affioravano vaghi rimpianti fu tutt'altro che
facile da sopportarsi.
Come al solito, Aldina prese di petto le difficolt
e le debolezze colpevoli, pens che ora aveva molto
tempo a disposizione e che doveva impiegarlo in
modo pi utile che non covando dubbi e rimpianti,
riesum coraggiosamente il materiale gi raccolto
per la tesi e and a cercare il professore che avrebbe
dovuto presentarla. Lo colse forse in un particolare
momento di malumore perch si mostr seccato
del ritardo e sfogli con scettico disprezzo i fogli
che lei gli portava, sottolineando la lettura con brontoli
irritati.
- Scusi, signora - disse poi bruscamente - lei
ha un tale passato universitario da far sperare in
qualcosa di meglio di questo zibaldone sciatto che
ha messo insieme. Io parlo chiaro: posso capire che
adesso ha altri compiti e altri impegni, ma allora
lasci perdere e pensi alla sua famiglia.
Con le guancie in fiamme Aldina rialz il capo
con l'antica dignit:
- Ha ragione, professore, ma io intendo laurearmi
e laurearmi bene. Ricomincer tutto da capo se
lei avr la cortesia di aiutarmi, anche se dovessi perdere
un anno.
- Allora coraggio, sacrifichi qualche divertimento
e ce la metta tutta. Non  possibile svolgere una
tesi restando al tavolino di casa propria. Se lei fosse
una delle solite allieve le direi: mettiti in moto e
sgobba!
- Cercher di mettermi in moto e sgobbare -
rispose lei con un sorriso triste e prese appuntamento
per i prossimi giorni.
Fu molto amaro trovarsi, sola rientrando a casa,
con quella umiliazione bruciante nel cuore e soprattutto
fu terribilmente faticoso riabituarsi a un metodo
regolare di lavoro: eppure volle riuscire, rifiut
inviti e premure, stacc il telefono, si fece negare
se venivano gli amici a cercarla e riprese le corse
estenuanti dalle cliniche al laboratorio, dalla biblioteca
agli ospedali.
Fu in quel periodo che and a trovarla Agostino,
fresco di laurea, e accadde tra loro qualcosa di vago,
di dolcemente nostalgico che Agostino mi raccont
pi tardi e che io riferir in seguito. Comunque
quando Andrea annunci il suo ritorno, a prezzo
di durissimi sforzi il lavoro della tesi era tutto
impostato, questa volta su basi soddisfacenti.
Vestendosi per andare all'aeroporto incontro a suo
marito, per la prima volta dopo la partenza di lui
Aldina pose un'impegno speciale nell'abito, nel trucco,
nella cura di s come se volesse compensarlo di
qualche cosa che lui non poteva sapere e che lei
stessa sapeva appena.
Fu un perfetto incontro d'amore. Tutto lo slancio,
la gioia e la perfezione del ritrovarsi li rendevano
certi e sicuri del loro legame e nelle braccia
di lui sembr a Aldina di non avere pi nulla da
temere. Perci uscendo da quell'ebbrezza di passione,
quando ritornarono a parlare delle cose comuni
della loro vita, lei rivel lietamente:
- Sai che sto completando la mia tesi?
- Oh cara, brava dottoressa mia, questo mi dice
che mi sei stata fedele o debbo ancora dubitare?
- Sta tranquillo, ti giuro che anche se si fosse
presentato non so che uomo favoloso non mi avrebbe
guardata, tanto ero scapigliata, cenciosa, frenetica
in questi giorni.
- Beh, adesso che ci sono io spero che la tesi
andr avanti ma che almeno ti laverai la faccia.
- Sei contento allora? Avevo paura che mi rimproverassi!
- Ma perch? Sono tanto contento. Tu sei cos
straordinaria in tutto!
E tutto sembrava pronto a ricominciare, ma una
mattina in cui Aldina si era attardata in laboratorio
fino all'ora di colazione e a casa aveva trovato degli
ospiti invitati all'improvviso, come usava Andrea,
vi fu disagio a tavola e broncio dopo, ma non nacquero
discussioni. Ancora broncio silenzioso si manifest
quando, assorta nella stesura di un capitolo
essenziale, Aldina si rifiut fermamente di vestirsi
per andare a teatro.
L'antica ostinazione affiorava sotto la dolcezza
amorosa dei suoi rapporti col marito e incideva anche
sul comportamento di lui, timoroso di contrasti
che turbassero l'armonia domestica, cui era abituato,
tanto che non insisteva pi-
Scendeva qualche cosa di grigio tra loro, un distacco
progressivo dalle consuetudini per qualcosa a
cui n lui n lei volevano rinunciare. Si ritrovarono
ancora spesso nell'amore, ma nei casi quotidiani era
come se le strade cominciassero a divergere. Andrea
aveva praticamente ripreso le sue abitudini di scapolo,
Aldina, dopo una giornata sfibrante di studio,
lo vedeva uscire standosene distesa in letto, ansiosa
solo di riposare senza altri problemi.
Quando vennero a Colle San Ranieri per visitare
i genitori io ebbi lunghi e affettuosi colloqui con la
mia amica e un giorno mi accadde di osservare:
- Sei sicura di non esagerare in questo pessimismo?
Forse  un momento di stanchezza...
- Tu sai che non esagero mai.. Vorrei dirti che
ho sbagliato, ma purtroppo non sono affatto pentita
n di averlo sposato n di aver continuato a studiare.
Sono le due cose insieme che fanno pasticcio.
- Ma che cosa pensi, che non andrete pi d'accordo?
- S, s d'accordo come tutte le altre coppie,
mica c' ragione di divorzio. Valeva la pena di fare
tanti sogni.
- Sai, potresti avere un bambino e allora tutto
sarebbe a posto.
Interrompemmo il discorso perch non sapevamo
pi che cosa dire ed ogni altra osservazione sarebbe
stata inopportuna e banale.
Aldina partendo da Colle San Ranieri espresse il
desiderio di andare a Pisa a salutare gli zii, ma Andrea
aveva un appuntamento col suo editore a Milano
e, come al solito, ognuno and dove voleva
andare, pur esprimendo il dispiacere di farlo.
Ma la visita alla zia fu breve e anche amareggiata
dalle consuete inchieste: - Novit niente? Sarebbe
ora, ormai siete sposati da qualche anno! - il solito
ritornello, e Aldina una mattina piovosa and
senza dir nulla dal suo professore di Clinica ostetrica,
super lo scoglio dei saluti, delle domande,
dei complimenti e chiese bruscamente di essere visitata.
Fu una prova un po' dolorosa per la sua naturale
riservatezza e ne usc col viso in fiamme e gli occhi
lucidi.
- Mi dica professore - incit vedendo il vecchio
un po' dubbioso e imbarazzato - non posso
avere figli?
- No, no per carit - rispose quello alzando
le mani - c' un piccolo impedimento, una malformazione
da niente... - si dilung a spiegare tecnicamente
la situazione, da medico a medico.
- Lei pensa che l'operazione dia una certezza?
- Una garanzia assoluta sia per la sua salute,
naturalmente, sia per la possibilit di avere bambini.
Bella e giovane come , dovr stare poi attenta
a non averne troppi! Certo sar un intervento delicato
e un po' doloroso...
Con un sorriso melanconico l'allieva rispose:
- Dovr certo pensarci un poco, ma un bambino
lo desidero veramente... e anche mio marito,
credo.
- Non posso che approvarvi, anche se rimpiango
che la nostra professione debba perdere un elemento
prezioso come lei.
- Non  detto, professore, molte possono essere
buoni medici anche se hanno figli.
Ritornata a Bologna Aldina si gett a capofitto nel
lavoro ricacciando costantemente scrupoli o timori.
Andrea la trovava dura con lui, qualche volta, come
se fosse affannata da un cruccio segreto. La credeva
stanca e distante, non osava affrontare la situazione,
accusava la differenza d'et di mettere ostacoli nella
comprensione reciproca.
Con la sessione di febbraio la tesi fu pronta e
consegnata.
Il giorno della discussione della tesi Andrea la
accompagn fino alla porta dell'aula stette a guardarla,
col cuore stretto mentre, cos bionda e delicata,
seduta di fronte ai suoi dieci giudici illustrava
ci che aveva esposto nella tesi con brevi gesti composti
delle mani.
Gli si strinse ancora il cuore quando la vide, dolce
e severa, accogliere in piedi le congratulazioni
della commissione, poi corse ad attenderla all'uscita
per evitare le espansioni in pubblico.
- Che donna meravigliosa, sei! - bisbigli baciandole
la mano.
Lei sorrise e chiese sommessamente:
- Ti dispiacerebbe, prima di tornare a casa, portarmi
un po' lontano, per esempio all'Osservanza?
- Cos, quasi al buio? - fece lui stupito, ma
l'accontent, con l'ansia in gola, come se aspettasse
un annuncio doloroso.
- Ecco, fermiamoci qui, adesso.
Sotto di loro, liberata dalla caligine invernale,
tutta Bologna si rifugiava nell'ombra e si accendevano
i lumi a catena per le strade.
- Senti, Andrea - cominci Aldina, e inghiott
- ti dico una cosa, ma tu non interrompermi fino
alla fine... - suo marito spaventato le afferr la
mano, forte, ma obbed tacendo.
- Domani, parto per Losanna - bisbigli lei.
- Aldina, che pazzia  questa? Che cosa ti
prende?
- Zitto, stammi a sentire. Oggi  mercoled, venerd
sar operata e conto di ritornare a casa in
meno di una settimana. Tu non ci devi venire... -
parlava in fretta, affannata, perch voleva liberarsi
subito di tutto. - Avrei potuto essere operata qui
o a Pisa, ma non voglio che la gente commenti, tu
sei troppo conosciuto e non voglio intorno al mio
letto le visite gratulatorie degli amici.
- Ma Aldina! - grid Andrea terrorizzato -
tu hai perduto la testa. Operata di che? Che hai
combinato? Sei malata?
In lei l'eccitazione era caduta di colpo, era l debole,
sfinita pieg la testa sul braccio di lui e rispose
con un filo di voce:
- Ah, amore mio, voglio avere un bambino.


AGOSTINO.

Sono pochi i giorni del passato in cui la presenza di
Agostino non mi fu accanto, potrei anzi affermare
che Agostino e Colle San Ranieri occuparono sempre
nei miei affetti un posto parallelo in cui dolci
ricordi e speranze pacificatrici avevano un ruolo dominante.
Nei primi tempi, cos difficili, in cui mi ritrovavo
sola e in una situazione imprevista, poco a poco
avevo imparato a contare su di lui in ogni occasione,
con riposante fiducia. Fortunatamente, quando
si iscrisse all'universit di Siena il fatto non fu per
nulla traumatico; suo padre, contento di non aver
trovato l'opposizione che temeva, gli aveva regalato
una potente macchina sportiva che gli permetteva di
essere presente a quasi tutte le lezioni partendo dal
Colle al mattino e rientrando a tarda sera e non vi
era giorno in cui, affrontando la salita di piazza, non
mi mandasse un saluto col clacson.
Quella macchina quasi da milionario e il bell'aspetto,
da noi non abbastanza valutato per forza
d'abitudine, sembra che a Siena avessero un successo
notevole, cos che molte ragazze cercarono di
accaparrarsi l'interessante matricola e qualcuna giunse
persino a telefonargli a casa al Colle, con stupore
dei suoi che lo raccontavano in giro con orgoglio
ingenuo e, in verit, buffo e commovente.
Un po' ridicolo fu il riflesso che tali inaspettati
successi ebbero sul padre che scopriva nel signor
dottore un potenziale fortunato rubacuori e cominci
quindi a considerare la possibilit di un matrimonio
di alto livello che, contemporaneamente, facesse
la felicit del caro figliolo. Attraverso i ricchi
commercianti della regione con cui era in rapporti
tent, all'antica, di effettuare un sondaggio soddisfacente
tra le ragazze da marito che erano in circolazione
cercandone una che fosse come voleva lui,
saggia, domestica, ritirata, virtuosa e danarosa, e con
scoraggiamento e delusione scopr che ragazze cos
non ce n'erano, e, cio, se erano sagge e virtuose
non avevano soldi, se erano di ottima famiglia non
erano domestiche e ritirate, se andavano bene in
tutto erano troppo brutte.
Agostino ci faceva le matte risate, senza alcuna
irritazione per questa nuova strana ipoteca sul suo
avvenire, comunque il padre, anche se deluso, provvide
all'acquisto della tenuta che doveva rappresentare
la quota ereditaria del figlio minore. Purtroppo
non fu la Carona che era stata venduta e trasformata
in una fattoria abitata da agricoltori diretti,
ma un ottimo e grande podere fruttifero, con rustico
e casa padronale in perfetto stato, casa che rimase
per il momento inabitata.
- Capisco che non sarebbe stato conveniente per
voi, ma quanto mi sarebbe piaciuto se tu avessi comprato
la Carona - dissi quando Agostino mi invit
a visitare il suo futuro possedimento.
- Anche a me piaceva, ti dico la verit, ma pap
 un uomo pratico ed ha fatto un buon affare.
Andammo al podere, che era proprio oltre le mura
del Colle, servito da un breve tratto di strada
asfaltata, curato, in ordine, attraente, ma per me
senza quello strano incanto che mi aveva ispirato
la decadenza della Carona in un lontano giorno di
Pasqua.
- C' di buono la casa - osservava Agostino
guidandomi nella visita -  proprio fatta per me,
n grande n piccola. Guarda quelle tre stanze a
pianterreno, col portico: io ci vedo un bell'ambulatorio,
se ce la faccio a laurearmi!
- Hai ragione, sar magnifico! - lo incoraggiavo.
Quegli anni in cui con la sua auto troppo usata
e gi un po' logora Agostino faceva la spola tra Siena
e il Colle furono per me pieni di fatti nuovi anche
se non tutti di grande rilievo.
Benedetto il lavoro che mi costringeva a una continua
attivit di membra e di cervello. Ero tanto giovane,
ma presto tutti mi considerarono come una
matura donna d'affari, riuscii a dare un carattere di
lite al mio commercio, partecipai a mostre, a rassegne,
a convegni di antiquariato, il nostro nome
assunse un'importanza notevole e non soltanto nella
regione venni ricercata e consultata.
Tutto questo, naturalmente, non fu risultato di
pochi mesi n and sempre liscio e facile.
Agostino, per quanto era possibile, mi restava vicino
pi e meglio di un fratello. A lui sono legati
certi avvenimenti preminenti, sia lieti, come quando
venni invitata a partecipare alla Fiera dell'antiquariato
a Firenze, sia tragici come quando giunse la
notizia della morte di Tito.
Fu Agostino a portarmela con delicatezza. Era
un inverno eccezionalmente cattivo e nell'Italia settentrionale,
avvertiva la radio, la neve e il gelo rendevano
le strade impraticabili. Tito, che si era trasferito
a Milano come aveva sempre desiderato, tornava
una sera di domenica da Como, con un amico,
a bordo della moto ed era slittato sul fondo autostradale.
Una morte misericordiosa nella sua subitaneit,
che aveva troncato giovinezza, pazze battaglie,
pazzi sogni in meno d'un attimo.
Non piansi tanto per lui quanto per quei poveretti
dei suoi, soprattutto la madre che avrei tanto
voluto confortare come se sentissi nei suoi confronti
un segreto rimorso.
Ma quando il lavoro incalza, con tutte le sue virt
benefiche di soddisfazione e di pace, si finisce
per respingere la molle lusinga delle melanconie e
dei rimpianti.
Avevo organizzato una filiale della nostra bottega
a Arezzo dove un maggior afflusso turistico
prometteva pi larghi affari, ma si trattava di una
combinazione strettamente commerciale che avrei
affidata a un gestore mentre l'Androne sarebbe sempre
rimasto il luogo ideale per raccogliervi le cose
pi preziose e raffinate e vivere tra loro con serena
soddisfazione.
Mentre io percorrevo silenziosamente la mia strada,
Agostino con la pazienza e la seriet che lo caratterizzavano
super tutte le prove, ma non riusc
mai ad adattarsi alla severit della pratica chirurgica:
- Non fa per me. Io sono portato a diventare
un buon medico generico ed  questo che far -
mi confidava e pi volte insistette perch lo andassi
a trovare a Siena e lo vedessi nell'esercizio delle sue
modeste funzioni di allievo interno prima e di medico
principiante dopo.
- Mi dispiace lasciare anche per poco - lament
un giorno in cui, ottenuta la laurea, suo padre
gli offerse la possibilit d'un viaggio di distrazione
e riposo.
- Non fare lo stupido! - lo incitavo - cerca
di conoscere un po' il mondo, divertiti. Con una
professione come la tua credo che queste saranno
le tue ultime vacanze senza pensieri.
- ...e a spese di pap! Tu non lo dici, ma lo
pensi!
- Tutt'altro, sono sicura che presto mi chiamerai
a tenerti la contabilit. I medici fanno un sacco
di soldi - scherzai.
- Uhm... tu dici? - rispondeva lui, dubbioso
sul serio.
Non mi fu possibile sapere se aveva un itinerario
ben stabilito. Parlava di Venezia, di Milano in tono
vago, e infatti da Venezia e da Milano ricevetti una
cartolina. Finalmente, quasi senza premeditazione,
sulla via del ritorno capit a Bologna.
- Quella era la tua intenzione fin dal principio
- gli rimproveravo pi tardi, ma lui giurava di no.
A Bologna, arrivando all'albergo, gli venne d'improvviso
in mente - almeno cos disse - che avrebbe
potuto vedere Aldina, ma non os telefonarle subito.
Telefon la mattina dopo, gli dissero che la signora
era al Policlinico e diede il numero telefonico
del suo albergo, obbligandosi cos a non lasciare la
camera per aspettare una chiamata.
Se non chiama non la cerco pi si disse risolutamente
e invece verso l'ora di pranzo Aldina si
fece viva con voce affettuosa e commossa:
- Che sorpresa, tesoro! Vieni subito a colazione.
Hai la macchina? Se no passo a prenderti io.
Lo aspettava sull'uscio dell'appartamento e si
abbracciarono d'impeto:
- Quanto sono contenta, Agostino! Mi pareva
un secolo che non ci vedevamo!
Lo trascin tenendolo per mano verso un salottino
elegante e ristretto dove era stato apparecchiato
per due su una piccola tavola.
- Ho preparato qui dove faccio colazione da
quando sono sola. Si sta pi tranquilli.
- E tuo marito?
- E via per lavoro, spero che ritorni presto, ma
ti confesso che questa assenza mi serve almeno per
la mia benedetta tesi! Siediti pure a tavola,  pronto.
Gli serv un aperitivo e corse in cucina tornandone
con il carrello carico di piatti coperti.
- Scusa, sai, ma quando la casa  praticamente
chiusa come adesso, non posso vedermi intorno le
persone di servizio! Ho una vecchietta alla mattina,
prepara e se ne va.
Parlava molto, un po' nervosamente, mentre disponeva
sul tavolo i cibi, il pane, il vino, e le sue
mani sottili si agitavano tra l'argenteria e i cristalli
come incerte.
- Rientro tardi, come avrai capito dalla mia telefonata,
mando gi senza neppure badare a quello
che mangio, ma spero di farcela, lavorando cos a
tutta forza. Non sono a buon punto: ho perso due
anni!
Cambi i piatti accatastandoli sul carrello con
gesti sempre pi nervosi e tacque. Cadde un silenzio
penoso che Agostino non riusc a sopportare.
- Aldina - scatt, al suo solito, senza troppe
esitazioni - tu hai qualche cosa che non va. Me lo
puoi dire? o preferisci di no?
- Non ho niente da dire - sospir lei lasciando
ricadere le mani sulla tovaglia - non c' niente che
si possa raccontare e niente va bene, non so perch!
- Ma non sei contenta? Hai dei dispiaceri... con
tuo marito? - aggiunse esitante e subito si scus:
- Non giudicarmi indiscreto...
- Oh no, Agostino mio, tu non sei mai indiscreto
e io non ho dispiaceri con mio marito. Vedi, 
una situazione strana: sono scontenta di tutto. In
principio, ti confesso, avrei finito per non pensarci
manco pi alla laurea, poi mi  venuto in mente che
forse questa inquietudine era senso di colpa... aver
studiato tanto... voluto tanto questa professione! Mi
ci sono buttata a capofitto, sicura che se fossi stata
soddisfatta del lavoro tutto sarebbe tornato ad andar
bene... e niente. Continuo per mantenere il punto,
senza gusto ed  ancora tutto vuoto per me... Dio
mio,  difficile spiegare...
- Ma la tua vita in famiglia? Scusa se insisto
ancora, tuo marito non ti approva?
- No, anzi,  molto orgoglioso di me... ma vedi,
siamo dispersivi, inquieti, leggeri, stupidi in mezzo
a gente come noi, che vive allo stesso modo.
Ora Aldina parlava e parlava come se si fosse
aperta la diga della sua abituale riservatezza.
- Aspetta un po' - ammon Agostino alzando
una mano - lascia che mi ci raccapezzi. Tu dici,
in conclusione, che la vita che fate non ti soddisfa,
o no?
- In parole povere... - sorrise lei.
- Ma quando hai sposato un uomo cos noto e
brillante non immaginavi che ci sarebbe stato un
aspetto della vostra esistenza legato alle esigenze e
alla professione di lui?
- Ma s, lo pensavo vagamente... Agostino, io
sono sempre stata una maledetta illusa, cocciuta,
esaltata. La grande professione! Il grande amore!
quante balle, Agostino!
- Quanto orgoglio, Aldina! direbbe un padre
confessore. Io dico: allora era inesperienza, oggi 
esaurimento nervoso, anzi, fammi vedere - ridendo
le tast il polso, le arrovesci leggermente col
dito una palpebra. - Sei sul limite del collasso, se
credi a questo vecchio praticone e sei anemica e sei
stanca. Colle San Ranieri, ecco la ricetta.
- Non credo, non credo,  troppo semplice -
si difendeva lei debolmente.
- E stasera sei a cena con me e orgie fino a tarda
notte!
- Mi spingi a trascurare il mio studio serale, che
 il migliore, ma faremo finta di essere al Colle e
di dimenticare l'interrogazione di domani. Ora vattene,
cos guadagno le ore del pomeriggio.
Andarono a cena, in una trattoria di campagna
sui colli, il tempo era fresco e sereno, il luogo
poco affollato, bevvero lambrusco in quantit sufficiente
a sentirsi pi giovani e sentimentali. Poi sulla
terrazza ricoperta da una pergola di fronde appassite,
la letizia si tramut in melanconia dei rimpianti.
- Che cotta ho avuto per te, Aldina!
- E adesso?
- Adesso sta buona, forse non  tutta passata.
- Non pensi qualche volta che abbiamo rovinato
tutto?
- No, non lo penso e neppure tu ci pensi perch
 sufficiente che tu mi immagini come tuo marito
per metterti a ridere.
- Chiss?
- Ma va!
La testa di lei gli sfiorava la spalla, la sua voce
era dolce, un po' sorda, misteriosa come un tempo.
- Tante volte ci penso, sai. Se avessi fantasticato
di meno e mi fossi accontentata di tutte le ricchezze
che avevo: libert, protezione, giovinezza e...
il tuo affetto...
- Questi sono discorsi prodotti dalla combinazione
chimica del lambrusco sulla tua depressione -
egli reag bruscamente. - Domani te ne accorgerai.
Adesso  meglio soprassedere e andare a casa.
Lei tent di ridere a gola chiusa:
- Le orgie a tarda notte le rimandiamo!
Agostino ritorn al Colle per l'autostrada, controllando
la velocit perch si sentiva un po' stordito,
con la strana impressione di aver compiuto un passo
falso e addirittura un senso di rimorso.
Lo consol l'accoglienza dei suoi, calda e chiassosa
come al solito, con la cena abbondante, la bottiglia
migliore, le domande insistenti.
Pi tardi discusse con me delle sue reali intenzioni:
- Sar una bomba per pap quando gli dir
che voglio stabilirmi al Podere, ma c' pi di un
anno di tempo, menomale.
Part per il suo servizio militare in Sanit e a
Firenze fu subito amico di tutti, perch era gaio,
servizievole e pieno di soldi, ebbe le solite piccole
storie con qualche ragazzetta e si convinse di
star dimenticando davvero Aldina. Un giorno in cui,
al solito, ricapitolavamo le notizie che ci erano giunte
dai nostri amici, lo pregai di farsi vivo con la
mamma di Francesca e lui docilmente, una domenica,
and al Ritiro con la sua bella scatola di dolci
per la sarta Moretti che consumava quietamente i
suoi ultimi anni occupandosi del guardaroba dell'istituto,
prestandosi a rimodernare le vecchie cose
delle sue vecchie compagne, ma soprattutto leggendo
e facendo leggere le lettere in arrivo da Nizza.
Francesca scrisse anche a me, quando seppe della
visita di Agostino a Firenze, per ringraziarci,
chiese di tutti gli altri e confess che avrebbe fatto
volentieri una visita al Colle, in un momento di minor
lavoro, ma sentivo che era opaca, senza slancio,
come chi esprime per convenienza dei convenevoli
banali.
Intanto, approfittando delle brevi licenze che gli
riusciva di ottenere, Agostino si dedicava al suo podere.
Lo avevo aiutato ad arredare sommariamente
l'abitazione, mentre lui pensava a ordinare l'attrezzatura
dell'ambulatorio, lasciandomi poi l'incarico
di trattare con i tecnici che avrebbero messo a punto
i vari impianti. Lo facevo volentieri e spesso,
valutando la disposizione dei mobili e delle tende.
Agostino, ogni volta, trovava meraviglioso quanto
avevo fatto per lui:
- Questa camera da letto patriarcale mi fa venir
voglia di dormirci subito. Dove l'hai pescato
quel lettone? Non  troppo grande?
- Non dovr essere sempre una camera da scapolo,
no? Io sono previdente.
Ma al Colle c'era Aldina e Agostino ancora non
lo sapeva. Come ho detto, la nostra amica era alla
vigilia della laurea e di altre definitive decisioni,
ma non mi sentivo autorizzata a parlare delle confidenze
ricevute, anche se con Agostino.
Accadde cos che si incontrarono inaspettatamente
una sera al bar di piazza e la presenza del marito
e del fratello di lei serv a rendere l'incontro allegro
e chiassoso come si conviene a vecchi amici e
compagni di scuola.
Percorrevano in discesa la breve cordonata che
porta al Corso, tante volte salita e discesa negli anni
passati.
- Mi laureo, finalmente, sai? - annunzi lei
disinvolta. - Quando sono qui al Colle mi vergogno
di aver perso tanto tempo! - Non dissero altro
e, sopraggiungendo gli altri, intrecciarono saluti,
auguri, a rivederci.
- Vieni domani da Elisabetta? Io ci vado verso
le cinque. Se ci sei anche tu ci facciamo una chiacchieratona.
Naturalmente non poteva considerarsi un appuntamento,
eppure Agostino non seppe fare a meno,
l'indomani, di aggirarsi nei pressi dell'Andrne,
aspettando che lei comparisse su per la salita,
con quel suo passo un po' languido, quella testa
bionda al sole, il sorriso dolce e un po' misterioso.
Era proprio cos, quando arriv davvero e si illumin
nel vederlo.
- Hai fatto bene a aspettarmi. Se non ci fossimo
visti oggi ti avrei cercato. Voglio stare un poco
sola con te perch ho da chiederti un consiglio.
Andarono ad appoggiarsi al bastione della Fortezza,
proprio nei luoghi dove un tempo aveva abitato
il Lucumone, in vista della piana luminosa e dei
colli circostanti.
- Dimmi pure - incoraggi Agostino, serio -
se posso esserti utile...
- Tu hai visto, a Bologna, a che punto sono.
Dopo la tua partenza ho pensato tanto...
- Anch'io - interruppe lui, di slancio.
- Non so che cosa tu abbia pensato di me, ma
mi pare, ora, di aver scoperto il perch del mio modo
di comportarmi...
- Anch'io - ripet Agostino con un breve sorriso,
non senza melanconia.
- Lasciami dire, poi racconterai tu che cosa hai
pensato...
- Parla allora, ti sto a sentire...
- Ho scoperto che mi manca qualche cosa e che
tutto potrebbe forse aggiustarsi se... - inghiott -
ho pensato che un bambino...
- Anch'io! - la interruppe lui, con dolcezza.
- Davvero? Davvero ci hai pensato anche tu?
Tu credi che un figlio rimetterebbe un po' d'ordine
nella mia vita?
- L'ho pensato fin dalla prima sera.
- Tu sei medico - rispose lei calma - sospetti
che io non ne possa avere? Sono sposata da qualche
anno, sai!
- Sei giovane, anche tuo marito  un uomo sano,
giovanile, nel pieno della maturit, perch non dovresti
avere dei figli?
- Dio mio, come sai fare coraggio, tu! Sei l'unica
persona cui ci si pu affidare a occhi chiusi. Ora
mi sento meglio, so quello che devo fare. Possiamo
andare da Elisabetta, adesso.
Lui scosse la testa, pensosamente:
- Non posso venire, ritorno domani a Firenze
ed ho molte cose da fare; Elisabetta l'ho gi salutata,
adesso saluto te.
Ebbe la tentazione di baciarle la mano, poi non
gliela strinse neppure, le diede un colpetto amichevole
sulla spalla.
- Ciao, Agostino, caro.
- Ciao, Aldina, auguri.
Stette a guardarla mentre si dirigeva verso l'Androne,
per quella strada cos cara e nota. Poi si
volse al tufo accumulato alla base della Fortezza.
- Ciao, Lucumone - borbott tra s.
Agostino fu congedato all'inizio dell'estate e ritorn
al Colle per stabilirsi al Podere, come aveva
deciso.
Prese le redini della piccola azienda, il signor dottore
mise al cancello una targa modesta con l'orario
delle consultazioni e non fece altro che recarsi
bisettimanalmente all'ospedale per mantenersi aggiornato
e, diceva, farsi la mano.
Poco a poco la gente impar a percorrere il piccolo
viale asfaltato per raggiungere le entrate del
portico e attendere sulle panchine bianche dell'ingresso.
Erano paesani che lo avevano visto ragazzo,
perci agli inizi faticarono a convincersi che fosse
un medico e un buon medico, ci furono casi di diffidenza
e anche di ostilit, ma era una battaglia vinta
in partenza, senza trionfi ma con pacifica costanza.
Qualche volta, verso sera, lo andavo a trovare o
lui veniva all'Androne, chiacchieravamo un po', lui
ascoltava pazientemente il resoconto dei disturbi della
mamma, la distraeva con una buffa galanteria, ci
faceva ridere.
- Dimmi la verit - dicevo spesso con una sorta
di irritazione - ti contenti?
- Per ora s, poi vedremo - rispondeva sorridente.


ODOFREDO.

Un pacchetto di lettere, gelosamente conservate, contiene
tutte o quasi tutte le notizie che ebbi da Odofredo per molti anni.
Proprio lui, che era ben deciso a non tagliare i
legami che lo univano al Colle e a me, rinunciando
persino a seguire i genitori a Montecarlo, fu quello
che and pi lontano e per maggior tempo, anche
se, praticamente, dimostr di non dimenticare mai
l'amicizia che ci univa nel ricordo della Fortezza.
Il primo anno dopo la licenza liceale e la sua
iscrizione all'universit ritorn davvero spesso come
si era prefisso a Colle San Ranieri e si occup sempre
molto dei beni familiari, anche lui ricercandomi,
come gli altri, all'Androne nelle ore di riposo
e dividendo con me e Agostino il mondo ormai ristretto
della nostra vita provinciale.
Era, lo si capiva, preoccupato per il ritmo sempre
crescente delle spese che importava la residenza
all'estero dei genitori e il loro regime di vita brillante
e cosmopolita, seppi che erano stati richiesti
prestiti a banche e a privati, e che, sebbene ci costasse
carissimo al suo orgoglio, egli si era prodigato
perch il padre ottenesse quanto desiderava:
sono tutte cose che, naturalmente io apprendevo da
altri perch da lui non era possibile ricevere confidenze
in argomento.
La rivelazione della piena rovina finanziaria, per,
venne soltanto l'anno dopo, all'improvvisa morte
del padre quando, a conti fatti, liquidata la residenza
di Montecarlo e le pendenze monegasche, ceduta
la casa nobiliare di Roma, tacitati per il momento
i creditori, la salma del conte venne solennemente
trasportata al Colle, nella tomba di famiglia. Fu un
vero avvenimento mondano, l'ultimo, che la contessa
vedova volle offrire ai conoscenti, agli amici e
ai compaesani.
Odofredo, impassibile, diresse quella melanconica
commedia, rappresent per sua madre la parte
del pallido erede, la fece salire in macchina affidandola
a due parenti e rientr nella palazzina del
casiere dove aveva appuntamento con i mediatori incaricati
della vendita della villa e dei poderi. Non
posso rimproverargli di non avermi chiamato accanto
a s in quei giorni. Conoscendolo come lo conoscevo,
comprendevo che nessun affetto, nessuna confidenza
gli sarebbero stati di appoggio e di conforto,
ma solo pi tardi, molto molto pi tardi, potrei dire
oggi, ho saputo che non voleva che proprio io fossi
testimone di tanta rovina.
Fu perci un'altra amarissima delusione, per me,
apprendere che era ripartito senza salutarmi. Dopo
qualche giorno ricevetti tuttavia la prima lettera,
breve, un po' dura, in cui mi chiedeva scusa di essersi
allontanato cos e prometteva di farsi rivedere
non appena le cose fossero state sistemate.
Seppi da Agostino e altri che la vendita dei beni
e della villa era stata conclusa, ma i contratti furono
stipulati altrove e il nostro amico non torn a
Colle San Ranieri.
Ci che fu possibile salvare dalla liquidazione generale
Odofredo lo destin a sua madre, in modo
da renderle meno penosa la solitudine e le mutate
condizioni di vita e la signora scelse di vivere in una
localit della Riviera dove abitava una sua sorella
soltanto dopo che il figlio ebbe recisamente rifiutato
di prendere casa con lei a Roma.
Ora che la sorte lo allontanava da quelle che
aveva sempre considerate le sue radici al Colle, il
mio amico si proponeva di affrontare la sua strada
da solo e di andare lontano quanto la volont e
l'ingegno glielo avessero permesso.
Il primo anno alla facolt di Fisica era stato faticoso
ma brillante: ebbe anche la fortuna di essere
scoperto e apprezzato da uno dei suoi maestri, fisico
di grande fama, che lo tenne al suo fianco per
tutto il corso degli studi, con la soddisfazione disinteressata,
che ancora esiste talvolta nel mondo della
scienza, di trasmettere a qualcuno che valga i frutti
dello studio e dell'esperienza propri.
Le lettere di quel periodo sono forse le pi belle
della mia collezione, certo tra le pi espansive e
direi anche entusiaste se il carattere di Odofredo
fosse stato capace di esprimere entusiasmo.
Ci fu poi un periodo in cui le lettere diventarono
improvvisamente brevi e fredde. Io mi affaccendavo
a sistemare la casa di Agostino, in quel momento,
e me ne lamentai proprio con il nostro amico che
ne rise:
- Probabilmente ha qualcosa che lo distrae, se
 una ragazza meglio cos, non pu continuare a
vivere di studio e di rimpianti, poveraccio.
Ci rimasi piuttosto male e purtroppo vi fu un prolungarsi
sospetto di questi intervalli che mi spinse
a rinunciare al mio orgoglietto e a chiedergli spiegazioni
urgenti per tranquillizzarmi.
Rispose con un giro di frasi contorte e sussiegose
in cui, in brevi termini, mi ringraziava di voler continuare
la nostra antica amicizia anche se in quel
momento, e con ragione, avevo sentimenti pi teneri
da coltivare.
Caddi dalle nuvole e portai la lettera a Agostino:
- Questo  matto! Ci capisci tu in quello che
scrive?
- Ohi, ohi - finse di disperarsi l'amico - qui
siamo alle lettere di Jacopo Ortis, siamo a Otello!
Qual tormento, nobile Odofredo!
- Ma va, parla sul serio, che cosa credi che voglia
dire?
Allora Agostino, con un certo imbarazzo, mi espose
quella che lui credeva fosse la spiegazione: il
nostro lavoro di riadattamento della casa nel suo podere
aveva, come c'era da aspettarselo, fatto chiacchierare
la gente in paese e di quelle chiacchiere,
che mi facevano fidanzata ad Agostino e prossima
alle nozze, io sola, balorda, non ero al corrente.
Non era da meravigliarsi, quindi, che qualche colligiano
ne avesse riferito a Odofredo, incontrandolo
a Roma.
Io finsi di essere pi balorda che mai, sebbene mi
battesse il cuore:
- E lui si  offeso perch non glielo abbiamo
detto?
Agostino mi batt bonariamente sulla spalla:
- Va l, Elisabetta, non fare la scema. Questo
 Otello, questo  geloso, ti dico, questo viene e
mi sfida a duello! - poi, improvvisamente serio e
preoccupato, osserv:
- Ma dimmi un po', a proposito, com' che noi
non s' pensato, a sposarci?
- Non mi piaci - ribattei offesa - sei troppo
casalingo e sei anche noioso, e poi - forzai la voce
sul tragico - tu non mi hai mai amata: ami
un'altra!
- Vuoi dire che non mi vorresti, se ti chiedessi?
- Datti pace, non chiedermi,  meglio.
Lo scherzo mi aiut cos a superare l'imbarazzo
creato dal sospetto che Odofredo fosse davvero geloso,
cos che con pacatezza ritornai alla mia ipotesi:
che fosse offeso di non essere stato avvertito.
Risposi con una lunga lettera elaborata che nella
sua pretesa furbizia mostrava pietosamente la corda:
mi dilungavo descrivendo la mia vita e le mie
occupazioni, calcavo la mano sulla mia solitudine
e spettegolavo un poco sulle conquiste di Agostino.
Segu un lunghissimo silenzio poi Odofredo rispose
con calma che comprendeva la mia solitudine e spesso
avrebbe desiderato starmi vicino con la confidenza
del passato ma che una donna come me era capace
di resistere e superare anche le insidie della
melanconia e le battaglie di un periodo difficile.
L'estate che segu questo piccolo scontro epistolare,
Odofredo mi scrisse soltanto una volta.
Io avevo portato la mamma in Casentino, fidando
nell'aria di mezza montagna che, a parere dei
medici, le sarebbe stata di giovamento, e pareva utile
ad arrestare quel processo di decadimento mentale
e spirituale, piuttosto che fisico, tanto che in
certi momenti mi faceva sospettare che mancasse in
lei la volont di reagire. Nonostante questa pena il
paesaggio era cos bello e suggestivo, le lunghe passeggiate
solitarie per macchie e ghiaieti cos pacificatrici
che mi abbandonavo volentieri alle consolazioni
della speranza, come mi aveva suggerito di
fare Odofredo.
Ricordo una mattina dei primi di agosto, con un
gran vento caldo e grandi nuvole basse, tra le rovine
del Castello di Camena e il rumore di mare che
saliva dai boschi assaliti dalle folate improvvise e
un odore di mentuccia appassita e di erba arida:
tutto a un tratto, stando cos contro un muro cadente
ebbi l'esatta percezione che gi in paese, all'albergo,
mi attendesse qualcosa di molto importante,
ripresi la lunga passeggiata di ritorno a passo veloce
inciampando nei sassi, ridendo della mia stupidaggine
e ansando, ma effettivamente in camera trovai
una lettera di Odofredo, rispedita dal Colle.
Era tornato a Roma da una settimana, diceva, ed
era ormai in grado di comunicarmi una grande svolta
della sua vita. Aveva infatti sostenuto i due esami
preliminari che, valutati dai computers di una
universit americana, gli avrebbero probabilmente
aperto l'accesso alla sezione di fsica dell'istituto di
Tecnologia del Massachusetts.
Non avrei potuto neppure sognare la possibilit
di iscrivermi a mie spese perch mi mancano i tanti
dollaroni necessari a pagare iscrizione e retta, ma
il mio professore ha fatto faville per ottenermi una
borsa di studio e pare ci sia riuscito. Se tutto va
bene, come dovrebbe, partir, subito per Boston e
ai primi di settembre inizier l'anno regolare e i
miei corsi di ricerca.
Scusa se non ti ho parlato di queste manovre
che durano da quasi un anno, ma se fosse andato
male mi sarei, al solito, vergognato della ennesima
figuraccia che facevo ai tuoi occhi. Mi dava poi,
con insolita eloquenza, i particolari degli studi che
avrebbe intrapreso all'ombra - diceva - di un
vivaio di premi Nobel affermando finalmente che
se quel ricco e ambito premio gli fosse capitato un
giorno avrebbe comprato per me la Carona.
Questo accenno a un ricordo gi lontano, che credevo
essere la sola a custodire mi riemp gli occhi
di lacrime. Se avessi seguito il mio primo impulso
gli avrei scritto subito una lunghissima lettera piena
delle confuse sensazioni che mi avevano assalita, ma
a tarda sera, quando ebbi aiutata la mamma a coricarsi
e rimasi sola e sveglia, fui tentata di fare
quello che per anni non avevo fatto mai, telefonargli.
Scesi in punta di piedi nell'atrio di quell'alberghetto
di paese che odorava di cera per pavimenti,
gi deserto perch i pochi villeggianti andavano presto
a letto, socchiusi pian piano la porta della cabina
telefonica; mi sembrava di fare chissach, una
cosa buffa e proibita, mi spavent perfino il rumore
secco e troppo forte dei gettoni che cadevano nell'apparecchio.
Ne misi dentro una ventina, di gettoni,
tutta la mia provvista, per parlare pi a lungo,
poi composi prefsso e numero. Non rispose nessuno,
il telefono laggi, a Roma, suonava e suonava
e nessuno rispondeva. Riprovai due volte incredula,
poi dovetti rassegnarmi e me ne andai tutta stordita,
dimenticando il mio tesoro di venti gettoni nella
gettoniera.
Per quanto Odofredo avesse, per la sua organizzazione
familiare, una mentalit tutt'altro che provinciale,
l'impatto con l'America e in particolare
con il sistema universitario e scientifico americano
rappresent per lui un trauma non lieve. Uscito dall'universit
italiana cos piena di limitazioni, di permissivit,
di occasioni mancate, egli sapeva di doversi
trovare in un'atmosfera assai diversa, ma non
aveva immaginato quanto e se non fosse stato sicuro
di possedere una personale base scientifica di prim'ordine
sarebbe tornato indietro fin dal primo giorno
del suo ingresso all'Istituto.
Fortunatamente non era il solo ad affrontare la
prova: nel campus, dove erano alloggiati studenti
di ogni nazione e di ogni continente trov una volonterosa
ricerca di solidariet e di collaborazione
con mille altri nuovi venuti e nello stesso alloggio
assegnatogli, che doveva dividere con tre colleghi,
si sent subito al sicuro, quali che fossero le battaglie
che avrebbe dovuto affrontare oltre quelle mura.
In realt comprese subito che l'istituto non era
simile a nessun'altra istituzione universitaria, neppure
alla contigua Harvard e tanto meno alle universit
italiane. Qui regnava una dura disciplina di
studio che costituiva veramente la prova del fuoco
per i giovani futuri scienziati e mentre la ricchezza
dei mezzi di ricerca dava il capogiro, la mentalit
stessa di tutti gli iscritti sembrava foggiarsi sulla misura
dell'ambiente.
Si era ripromesso di indugiare un poco, prima di
impegnarsi per i corsi, nell'osservazione del paese
e della gente ma non ne ebbe il tempo: la macina
stritolatrice dei programmi, che implicavano, oltre
tutto, anche lo sport e la musica come materie da
trattare in sede d'esami e non come diversivo, lo
afferr fin dai primi giorni, occup le sue ore, ossession
il suo riposo, lo rimpast, quasi, in un essere
nuovo: lo studente del MIT per cui ogni questione
di personalit o di nazionalit diventa secondaria.
Essendosi accorto che in moltissimi casi i suoi
colleghi di facolt estendevano la frequenza e lo
studio ad altri corsi, allo scopo di alleviare la tensione
di un solo impegno, trov questo metodo pi
utile per impadronirsi del tutto non solo della lingua
ma anche dei singoli linguaggi tecnici delle
varie branche e a poco a poco si trov coinvolto come
tutti in quell'esistenza unica e affascinante.
Seguendo con interesse particolare, tra gli altri, i
corsi di un maestro illustre, recente premio Nobel
per la fisica, che era di origine cinese si trov inoltre
a far parte di un gruppo di orientali gravitanti
intorno al professore e da loro impar il metodo e
la pazienza necessaria a condurre a buon fine ogni
ricerca, anche la pi sofisticata, e soprattutto si compiacque
di ritrovare in essi quella riservatezza e correttezza
di comportamento che tanto rispondevano
alla sua indole.
Cos giunse a stringere un legame prolungato e
profondo con una cinese americana laureata in fisica
e ingegneria, non bella ma estremamente aggraziata
nell'apparenza esteriore che nascondeva un
cervello di prim'ordine e anche un cuore assai
tenero.
Nel breve periodo delle vacanze, alla conclusione
del secondo anno, Odofredo trascorse con lei qualche
tempo in un campeggio sul fiume Charles, non
lontano da Boston, ed ebbe modo di misurare fino
in fondo il valore della sua compagnia e del suo
affetto, la sua facolt rara di comprendere quando
lui preferiva restar solo o quando aveva bisogno di
confidarsi. Mi raccont poi che avevano entrambi
superato fin dai primi giorni ogni equivoco sentimentale
rendendo il loro rapporto molto pi chiaro
e scambievolmente utile.
Si chiamava Claire e pilot con saggezza
Odofredo attraverso le sue prime prove, lo fece consapevole
della realt americana, lo liber da molti
pregiudizi e da moltissimi complessi portati con s
da un mondo troppo vecchio.
Proseguendo per verso la conclusione dei loro
studi, Claire fu completamente assorbita nelle ricerche
cui si dedicava sul cemento leggero, inventato
recentemente da una giovanissima donna docente di
ingegneria civile nell'istituto e Odofredo segu sempre
pi da vicino le teorie nucleari del suo premio
Nobel che lo prediligeva tra i numerosissimi allievi
e spesso gli offriva il suo laboratorio e la sua stessa
casa con un giovanile entusiasmo di scopritore di
particelle e di talenti.
La strada verso il premio Nobel! - gli scrivevo
in quei giorni, - ricordati che mi hai promesso
la Carona.
Lui, nelle sue lettere, era di solito pi breve e
serio di prima tranne quando, in determinate occasioni,
si lasciava trascinare a discorsi pi affettuosi
e intimi, o a vaghi rimpianti.
Il premio Nobel - rispose alla mia lettera -
qui viene continuamente ridimensionato. Non rappresenta
certo il culmine delle aspirazioni, c' altro
da fare. Ma sta certa che alla Carona ci penso sempre.
La faremo uscire dagli atomi!
Quando il periodo di quattro anni previsto dall'istituto
fu completato con superesami e superlaurea
ci fu, nella nostra corrispondenza, una profonda
lacuna. Confesso che contavo di rivedere presto
Odofredo e mi pareva che questa volta non ci sarebbero
stati ostacoli da superare. Invece trascorsero
parecchi mesi senza una sola lettera e l'unica
novit fu l'annunciata visita della contessa ai suoi
parenti di Siena. Io dovevo andare a Siena per definire
altri acquisti e non seppi resistere alla tentazione.
I parenti che ospitavano la mamma di Odofredo
erano anche lontanissimi parenti nostri, ed io
avevo con loro una certa dimestichezza, per cui
trovai il coraggio di telefonare con il segreto scopo
di farmi invitare a colazione e fui accontentata.
La contessa non era molto cambiata. Il successo
del figlio aumentava la sua vivacit ed io la capivo
bene, secondandola nel suo mal represso desiderio
di parlare sempre di lui. Le dissi che ero stata sempre
informata delle ricerche di Odofredo, ma che
da qualche tempo non ne avevo notizie.
- A dire la verit notizie particolareggiate non
ne ho neppure io, da quando  a Washington.
Cos appresi che, dopo Boston, suo figlio era stato
chiamato ad un incarico presso un ente nucleare
americano e che si trovava a Washington per riferire
e assumere le nuove mansioni. Ci rimasi un
po' male, ma mi consolai pensando che di solito i
periodi di silenzio precedevano le notizie importanti
e che Odofredo metteva una specie di civetteria
nel servirmi le novit gi realizzate e complete invece
di farmene condividere l'aspettazione.
Al termine del suo periodo di perfezionamento
egli fu chiamato dallo stesso governo americano a
far parte di una quipe di scienziati incaricati degli
studi per una grande centrale termonucleare in Arizona.
Gli rest perci ben poco tempo per mantenere
continui e costanti legami con il mondo della sua
giovinezza e tuttavia non mi fece mancare mai le
notizie essenziali relative al lavoro (per quello che
poteva rivelarne lui e capire io), alla salute e al nuovo
modo di vivere che gli era imposto.
Non credere che io non pensi a ritornare - mi
scriveva in risposta ad una mia lettera, forse un po'
piagnucolosa. Questa prospettiva sta nel fondo di
tutte le mie fatiche, come la promessa di un giocattolo
a Natale che ricevevo da ragazzino, ma qui si
realizzano grandi cose e - te lo dico in un'orecchio
- si mettono da parte quei fondi che mi permetteranno
di tornare in Italia senza pi preoccupazioni.
- Lo credo bene! - postillava Agostino quando
gliene parlavo. - Dio solo sa che stipendi americani!
- Tu resterai sempre un fattore interessato che
fa i conti del raccolto, ma Odofredo lavora per la
scienza.
- Peccato - sospirava lui - non poter creare
una centrale nucleare al Podere! Spererei cos di
conquistare il tuo cuore!
Questi continui scherzi su di un ipotetico legame
d'amore tra me e Odofredo mi obbligavano, di tanto
in tanto, a un esame di coscienza: c'era davvero
qualche cosa del genere tra noi? O, almeno, da parte
mia?
Mi bastava cercare di immaginare Odofredo quasi
trentenne e ben diverso dal lungo adolescente
vestito da straccione che mi aveva lasciata per rendermi
conto che non lo conoscevo pi.
Quasi a rafforzare i miei dubbi le lettere dall'America
si fecero sempre pi rare e brevi e questa
volta avevo la sensazione che il silenzio non preludesse,
come altre volte, a qualche felice novit.
Mi guardavo allo specchio e spiavo sulla mia faccia
i segni della fatica e dell'amarezza. Come tutte
le donne, cercai rifugio allo scoraggiamento dedicando
cure pazzesche alla mia persona. I capelli
soprattutto, furono la testimonianza del mio sbandamento:
diventarono prima biondi e lunghi, poi
tornarono castani e lisci, poi cortissimi, percorsi di
artificiali fili d'argento che costavano sedute di ore
dal parrucchiere e un mucchio di soldi. Guardandomi
con i suoi occhi vaghi e un po' appannati, la
mamma diceva: - Che hai, oggi? Mi sembri diversa!
- senza accorgersi che ero bionda o bruna, chiomata
o tosata.
Intanto Odofredo continuava il suo lavoro senza soste
nell'intensa fatica mentale e anche materiale, alle
prese con un clima sfibrante che nessun condizionamento
d'aria o ritrovato atomico poteva neutralizzare
del tutto.
Cominciarono a coglierlo d'improvviso febbri insidiose
che comparivano e scomparivano con pari
rapidit togliendogli ogni forza e, durante gli accessi,
annebbiandogli completamente la mente. La
sua malattia gett l'allarme nel Centro, fu studiata
ad altissimo livello come sospetta conseguenza di
radiazioni e lui stesso divenne campo di ricerche da
parte di quipes di medici fornite di apparecchiature
da fantascienza. Fu steso il solito velo di riserbo
sul decorso del male, furono dirottati i giornalisti
curiosi, fu messo in moto il meccanismo di controllo e di protezione tipicamente americano ma poi finalmente
si appur che si trattava soltanto di una
forma anomala di malaria dovuta a qualche vagabonda
zanzara delle paludi prossime al centro, non
raggiunta dai perfezionati sistemi di disinfestazione.
Il sollievo generale, per, non giov a Odofredo,
che stufo di fare da animale da esperimento, si sottrasse
ad ogni cura e riprese a lavorare inghiottendo
secondo il buon metodo antico una dose di chinino
e avvolgendosi per sudare nelle coperte quando lo
assalivano i brividi annunciatori del febbrone. Cos
guar a dispetto della scienza.
Concluso il periodo di ricerca e avviata la costruzione
della centrale con pieno successo, quando gi
godeva del pensiero del ritorno a casa e di un lungo
riposo, fu chiamato a New York da una personalit
europea che aveva specificatamente richiesto
un incontro con lui.
Egli era ormai uno scienziato di fama internazionale,
in un settore, quello della fisica nucleare, che
non considera l'et dei suoi studiosi, ma che  in
gran parte appannaggio di giovani. Non meravigli
nessuno, quindi che gli giungessero offerte da parte
della Comunit Europea, n, di fronte all'urgenza
della sua convocazione a Bruxelles, egli os e pot
pensare al ritorno che poco prima aveva desiderato.
Tanto meno ebbe il tempo di comunicarlo a me.
Le trattative si prolungarono per qualche tempo
ancora negli Stati Uniti e soltanto una cartolina da
Londra mi avvert che egli era pi vicino ma purtroppo
non ancora in Italia. I giornali comunicarono
la sua nomina alla direzione di un importante
Ente Atomico europeo e perfino Aldina mi scrisse
perch le dessi particolari notizie del Nostro (Aldina
usava la lettera maiuscola), onore e vanto di Colle
San Ranieri. Ma io non ne sapevo pi di lei e non
riuscii a superare la tentazione di telefonare ai parenti
di Siena. Mi risposero anche loro piuttosto eccitati
che la madre di Odofredo era partita dalla
sua residenza in Riviera per raggiungere il figlio a
Bruxelles e finalmente riabbracciarlo, poich la
venuta di lui in Italia era per il momento incerta.
Riappesi il ricevitore, rabbiosa di essermi lasciata
andare a cercare notizie di chi non aveva voluto
darmele personalmente.
Quella sera non avrei neppure potuto sopportare
Agostino con i suoi scherzi. Saltai sulla macchina
e partii a rotta di collo per Siena, dimenticando
che avevo poca benzina e che i distributori erano
ormai chiusi. Giunsi a Siena troppo tardi per quel
cinema o quel teatro in cui contavo di dimenticare
i miei guai. Non mi rimase che andare al solito
albergo, chiedere la camera, fare una doccia bollente
e gettarmi sul letto. Naturalmente non c'era
niente da piangere e non piansi, ma rimuginai la
mia rabbia e lessi un libro giallo fino a che il sonno
mi colse pietoso.
L'indomani andava gi meglio e per fortuna c'era
il sole, cosa che mi ha sempre incoraggiata anche
nei momenti pi difficili. Mi avviai al ritorno masticando
una fetta di panforte come solita consolazione.
Ma quando fui all'altezza del Colle, vidi il bel
profilo del mio paese sovrastato dalla Fortezza e dalla
Torre civica, guardai il declino delle vigne al
sole, quei casali sparsi, gli alberi verdi, gli olivi grigi
e pensai alla Carona, la Carona che Odofredo
doveva comprarmi con il premio Nobel e mi venne
da piangere.


ELISABETTA.

Non mi fu possibile effettuare un desideratissimo
viaggio a Londra per una esposizione di antiche
argenterie inglesi che erano sempre state la mia passione:
ora la mia mamma non poteva essere lasciata
per molti giorni anche se assistita dall'infermiera,
era lei che esigeva la mia presenza pi delle cure
mediche e, si agitava pericolosamente se le sembrava
di essere stata abbandonata. Il sacrificio, questa volta,
era proprio doloroso anche perch quello sarebbe
stato il mio primo viaggio all'estero e dentro di me
era spuntata la piccola speranza di combinare un
incontro con Odofredo.
Mandai' a Londra, con l'intenzione di fare qualche
buon acquisto, il mio collaboratore di Arezzo e
lo sostitui per qualche tempo, considerando che si
era sotto le feste pasquali, epoca propizia al movimento
turistico e alle vendite.
Quel soggiorno di una settimana a Arezzo doveva
riservarmi anche una sorpresa: l'incontro con Ranieri
e finalmente un lungo colloquio con lui: egli,
infatti, era venuto qualche volta, non spesso, a visitare
sua madre a Colle San Ranieri, ma non era
mai salito sino alla piazza. Si diceva che aveva
dimenticato nella sua superbia le umili origini e
quello che molti colligiani avevano fatto per lui e
ci si compiaceva che la sua attivit presente non
avesse alcun contatto con gli interessi locali.
Io pensavo invece che fosse proprio il cocente ricordo
dei favori ricevuti e dello scacco subito che
gli faceva quasi odiare il paese natale e rinnegare
i legami della sua giovinezza.
Per ritornare ad Arezzo e a Ranieri, me lo vidi
all'improvviso dietro la vetrina della bottega, che
guardava gli oggetti esposti e balzai fuori per
acciuffarlo prima che scappasse via, ma lui mi disse
subito che era proprio venuto a cercarmi, perch
in albergo gli avevano detto che ero in citt.
Non osai abbracciarlo: era diventato anche nell'aspetto
un uomo importante; sebbene fosse ancora
giovane gli si vedeva nella persona qualcosa di maturo
e di pesante. Mi disse che era in citt per sbrigare
alcuni affari di suo suocero e che sua moglie
era con lui.
- Vieni a colazione da noi, in albergo, ci farai
piacere e mi darai tue notizie, dopo tanto tempo!
- Per un attimo il suo sguardo freddo ebbe un
lampo dell'antica malizia. - Credevo di saperti gi
sposata e ti ritrovo uomo d'affari.
- Piccoli affari, per te che sei abituato ai grandi,
ma ho fatto ci che ho potuto, nel mio guscio!
Anch'io parlavo rotondo per mantenermi al suo
livello, lui percep la canzonatura e rise un po' storto
e subito ricordai quello che diceva Odofredo:
 difficile che un uomo abituato al sarcasmo abbia
un vero senso dell'humour!.
Poich suonava il tocco, pregai il commesso di
calare le serrande:
- Vengo cos come sto, sai, sono partita dal Colle
che era appena giorno!
- Sei elegantissima e molto carina - rispose
galantemente.
In albergo, gli aleggiava intorno quell'atmosfera
di ossequio che circonda sempre, in provincia, le
persone in vista che si comportano come tali, i VIP,
lui vi aderiva serio e autoritario senza sorridere;
c'era il tavolo gi disposto in luogo appartato, ben
fiorito e, dopo un po', scese la signora.
Vidi allora che quell'uomo, ricco e arrivato a
trent'anni, era praticamente morto ad ogni sentimento
che non fosse la smania di dominare e mi
smarrii per un attimo nell'immaginario circondato
da nemici sorridenti, da dipendenti sottomessi che
gli auguravano il male, da amici insidiosi e provai
quasi un senso di compassione per lui, che forse
aveva pensato di sbalordirmi con il suo successo.
Ma la scoperta pi grossa la feci sulla moglie:
non vi era dubbio sulla sua soggezione, pi volte
Ranieri la riiribeccava bruscamente o dava delle risposte
arcigne e lei si piegava in silenzio, con un
sorrisetto timido e conciliante ma i suoi occhi non
erano umili e sottomessi, a tratti erano sfuggenti,
maligni come - dissi drammaticamente tra me -
quelli di un serpentello calpestato.
Non era buona quella donna, o almeno aveva cessato
di esserlo, -come tutti gli oppressi covava in s
rancore e inimicizia, pensai che doveva dimostrarsi
dura e cattiva con chi dipendeva da lei, e soprattutto,
infida. Era gi cos prima o cos l'aveva fatta
Ranieri?
Da sciocca come sono qualche volta, mi ero talmente
sprofondata nella mia indagine segreta da
dimenticare il mio dovere di ospite privilegiata e
stavo zitta, con la testa tra le nuvole.
- O Elisabetta! - mi rimbomb vicina la voce
di Ranieri. - Sei stanca? Perch non dici niente?
Noi siamo qui tutti orecchi per sapere le storie di
cui sei depositaria!
- Noi camminiamo ancora, tu sei arrivato, beato
te.
Parve compiaciuto, indugi nel racconto delle difficolt
affrontate, dalle lotte che tuttora doveva sostenere
per mantenere le sue posizioni.
In conclusione, quando arrivammo al dolce io
compiangevo profondamente quell'uomo che pareva
l'immagine del successo, tanto pi fortunato di me
e quando volle offrirmi lo spumante non potei fare
a meno di dirgli con improvvisa tenerezza:
- Ti ricordi, Ranieri, dello spumante a casa di
Odofredo la sera della licenza liceale? - Lui ebbe
una risposta stupefacente:
- E come eravate carine, tu, Francesca e Aldina!
Ci ho pensato spesso a quelle sere, sai, e alle
merende a casa di Agostino e ai veglioni.
Intravvidi il guizzo freddo negli occhi di sua moglie
che sorrideva dolcemente.
- Quando riusciremo a riportare Odofredo al
Colle, vorrei che ci riunissimo tutti all'Androne, anche
solo per un giorno, tu verrai con tua moglie e
il bimbo, Aldina con suo marito, sar una cosa da
matti, ritrovarci!
- Sarebbe bello davvero - rispose freddamente,
con un colpo di freno, poi cominci a parlare di
suo figlio, con un orgoglio che mi sembr sincero.
Si fece l'ora per me di ritornare a bottega e mi
alzai da tavola ringraziando, un po' imbarazzata per
la gonna da lavoro che avevo indosso, tutta stazzonata,
che non era sfuggita all'indagine della signora.
- Ti riaccompagno - propose Ranieri dopo i
convenevoli del congedo e subito, appena lontani
dall'ingresso dell'albergo mi prese sottobraccio, come
una volta.
- Oh tesoro - esclamai stringendo a me quel
braccio - cerca di farti vedere ogni tanto su da
noi! Non farmi credere che la mia pretesa di tenervi
ancora uniti  una illusione da vecchia zitella!
-  difficile - disse lui pensoso - mantenere
in vita le amicizie di giovent, tu ci sei riuscita perch...
sei speciale!
Ebbi la netta impressione che l'ultima frase sostituisse
quella che aveva veramente pensata: ... non
hai altro e mi avvilii.
Ci lasciammo, questa volta abbracciandoci, sull'uscio
della bottega e io rimasi l a guardarlo andar
via, arrogante, col petto in fuori, il passo solenne
e sicuro, e dissi addio a Ranieri, perch era addio.
Chiusa la parentesi delle mie gite a Arezzo ripresi
a lavorare all'Androne, per preparare la favorevole
stagione estiva.
Per la strada, tra la piazza del Capitano e la Fortezza,
continuavano a passare ed a sostare ragazzi
del liceo che, al tempo nostro, erano bambini d'asilo e, sentendo rombare sulla salita le moto di grossa
cilindrata che molti tra i grandi ora possedevano
senza problemi, ricordavo melanconicamente Tito
che ne aveva fatto un simbolo di libert e tanto pi
il povero ragazzo era vivo nella mia memoria in
quanto la signora Albicci ora veniva qualche volta
a trovare la mamma. Ci eravamo accostate istintivamente,
senza presentazioni, e presto si era stabilita
tra noi una certa confidenza soprattutto quando
avevo capito che la signora piaceva alla mamma.
Povera mamma, era svagata, lamentosa, incapace
di dedicarsi a qualche cosa e quindi sempre annoiata,
ma fortunatamente le cure attente la mantenevano
in salute e tra le poche visite che la gente ancora
le faceva preferiva le persone che non chiacchieravano
troppo e dicevano cose molto semplici
che non l'affaticavano.
Di sera, al solito, capitava Agostino con i giornali
e le riviste, prendeva il caff da noi e raccontava
i casi della sua giornata: era soddisfattissimo
dell'andamento del suo ambulatorio e ormai non vi
era associazione di assistenza o convento o scuola
di monache e di frati che non ricorresse a lui, con
quanto suo guadagno non so.
Io ridevo, anche se proprio allegra non ero. considerando
che Odofredo scriveva pochissimo, Aldina
mancava dal Colle da un pezzo e Francesca taceva.
-  proprio perch non ho altro che mi attacco
cos! - constatavo ricordando con amarezza la frase
non detta da Ranieri e mi veniva voglia di dar
fuoco alle mie anticaglie e scappar via.
Poi giunse la notizia che la sarta Moretti era morta
a Firenze, me lo comunic l'affittuario della
casetta che Francesca e sua madre avevano abitato e
che era rimasta di loro propriet. L'uomo, un falegname,
era preoccupato per la prospettiva che la
casa andasse in vendita e chiedeva a me di intervenire
perch Francesca la desse a lui, con pagamento
a respiro. Gli dovetti confessare che mancavo di notizie
da qualche tempo e gli consigliai di aspettare
la venuta di qualcuno interessato all'eredit.
Avevo appena telegrafato le mie affettuose condoglianze
indirizzandole a Nizza quando Agostino
mi capit di corsa a casa.
- Arriva Francesca, stasera! Mi ha chiesto di
fissarle una camera e di andare a prenderla alla
stazione. Se avessi saputo le andavo incontro a Firenze.
- La prendo qui da me - proposi subito -
ho la stanza all'ammezzato.
Lui mi fece saggiamente osservare che forse la
cosa avrebbe disturbato la mamma.
- ... e poi - aggiunse dubitoso - non la vediamo
da tanto tempo, chiss quali sono i suoi gusti,
adesso. Ho gi avvertito l'albergo,  meglio.
Aveva visto giusto e me ne accorsi subito quando
alla stazione vidi la nostra amica scendere dal treno.
Nessuna traccia della ricciolina d'una volta, questa
era una donna che accusava ben vicina la trentina,
ma nel senso di una completa e bellissima maturit,
aiutata da una eleganza quasi severa.
Vedendomi assieme ad Agostino l'antico rossore
di eccitazione le sal al viso pallido e le si riempirono
di lacrime gli occhi. Mi abbracci stretta.
- Elisabetta, oh Elisabetta, dopo tanto tempo! -
balbettava e io piangevo senza vergogna. Con
molto senso pratico Agostino ci prese in fascio cingendoci
col braccio, accenn al portabagagli e ci
trascin fino alla macchina borbottando: - Buone,
adesso state buone!
Sistem rapidamente ogni cosa in albergo, esamin
la camera e il bagno per vedere se tutto era in
ordine, mi asciug scherzosamente le lacrime col suo
fazzoletto,
- E adesso lavatevi la faccia, io vi aspetto gi
e vi porto a cena.
Rimaste sole ci guardammo negli occhi come per
riconoscerci: - La tua povera mamma... - cominciai
io pietosamente.
-  morta contenta, io ero arrivata a tempo.
Tante volte mi sono chiesta se avevo fatto male a
lasciarla a Firenze, poi penso che non avrebbe potuto
vivere vicino a me, con la vitaccia che facevo.
Stupidamente pensavo che dicendo vitaccia
intendesse parlare di abitudini disordinate e poco
confessabili, poi compresi che parlava di duro lavoro,
di battaglie, di sacrifci, e questo era un discorso
che capivo benissimo, perci mi ripromisi di farla
parlare in un momento pi opportuno.
Andammo, con Agostino, a cena poi la lasciammo
all'albergo dopo che l'ebbi avvertita che doveva
essere mia ospite per tutta la giornata, anche se non
dormiva da me, e con Agostino ci avviammo verso
casa.
-  cambiata molto - osserv lui pensosamente
- e non mi pare molto tranquilla.
- Sfido le  appena morta la mamma!
- No, non  cosa di adesso. Pu essere addolorata,
adesso, ma quella non  una ragazza tranquilla.
L'indomani accompagnai io stessa Francesca a sbrigare
tutte le pratiche relative alla povera eredit di
sua madre e mi stupii molto sentirla dire all'affittuario
che cominciasse a cercare un altro alloggio perch
la casa serviva a lei.
- Pensi di poterla affittare meglio? Bada che in
questo momento la gente non  propensa a spendere
di pi - la ammonii. Lei tacque per un poco, poi
disse a mezza voce:
- No no, la voglio proprio per me, voglio riposarmi
qualche tempo, perch ne ho proprio bisogno...
Nascosi la meraviglia e mi astenni dal fare altre
domande, lei credette di avermi urtata e promise:
-  tutta una storia, appena avr preso fiato ti
racconto.
Trattava i suoi affari spiccia e competente come
chi  abituato ad avere a che fare con la gente, in
istrada tutti la guardavano con curiosit forse non
tanto benevola ma lei aveva un modo speciale di
provocare i saluti fissando bene negli occhi coloro
che esitavano.
- So quello che hanno detto di me, ma se ne
debbono dimenticare in fretta perch io da qui non
mi muover per un pezzo.
Furono necessari diversi giorni di prudente silenzio
e di assistenza affettuosa perch cominciasse a
cedere, finalmente una sera in cui eravamo rimaste
noi due sole e, dopo cena avevamo fatto una breve
passeggiata verso i cipressi di San Ranieri, fu pi
esplicita sui suoi progetti.
- Ho ceduto la mia quota dell'azienda di Nizza.
Avevo qualche altra cosa da parte e ho deciso di
venirmene via. Per ora mi sistemo qui, in casa mia,
ed ho da campare per un certo tempo, poi cercher
di fare qualche cosa.
Pensando all'eleganza dei suoi abiti e alla raffinatezza
della sua biancheria mi dissi che non avrebbe
durato a lungo senza lavorare, ma Francesca non
viveva pi di fantasie; come e meglio di me conosceva
la realt della vita:
- So fare le pi strette economie, sai, ho imparato
bene, in questi anni.
Camminavamo nell'ombra della dolce sera, senza
un briciolo di vento tra i cipressi di bronzo e lei si
confid d'improvviso a voce bassa:
- Che vuoi, ero partita col piede sbagliato. Mi
consola il fatto che ho sempre lavorato tanto, non
debbo a nessuno quei due soldi che ho da parte, ci
credi?
- Certo, se non fosse cos tu non lo diresti, ti
conosco.
Mi strinse una mano con brusco affetto.
- A Agostino l'ho gi raccontato, ora lo sai anche
tu, aiutatemi a tirare avanti e di queste cose
non ne parliamo pi.
In breve la nostra amica riusc ad entrare in possesso
della sua casa ed a farvi fare i lavori necessari
a renderla pulita e accogliente.
Si vedeva che Francesca era passata per la dura
scuola del bisogno ma si capiva anche che quella
disciplina aveva trasformato profondamente la sua
indole, facendone prevalere le doti migliori. Affrontando
con l'antica spavalderia l'ambiente sospettoso
dei colligiani cominci a tessere una trama di
abili accostamenti alle persone adatte per riprendere
la sua professione.
Si poteva certo dire che la figlia della sarta Moretti
era stata una donna chiss come che era andata
via con chiss chi, ma era innegabile che aveva
fatto l'estetista in un istituto di lusso sulla Costa
Azzurra e che avrebbe, all'occasione, saputo dare
consigli sui problemi che assillavano i parrucchieri
locali e le loro clienti. La proprietaria della pi elegante
profumeria della citt ruppe il ghiaccio proponendole
di operare due giorni alla settimana nel
suo retrobottega, disposta a provvedere alle attrezzature
necessarie, cos che in breve, in quei fatidici
giorni, un buon numero di signore aspettava in poltrona
per sottoporsi al trattamento da parte di una
Francesca impeccabile con camice bianco i capelli
elegantemente raccolti in un foulard.
L'ospedale di Colle San Ranieri non era abbastanza
ricco per permettersi un fisioterapista, ma all'occorrenza
poteva aver bisogno di un massaggiatore
e Francesca era l pronta: inoltre, diciamo le
cose come sono, la presenza di una ragazza bellissima,
oltre che brava, era alla gente pi gradita di
un rozzo tecnico assunto a caso. Ottenuto cos anche
quell'incarico fummo tutti pi tranquilli sulla
sorte della nostra amica.
- Non so se si rassegner a rimanere al Colle
per sempre - osservava Agostino - ma almeno
non dar fondo ai suoi risparmi e si sentir meno
estranea nel suo paese, poi staremo a vedere.
Intanto era venuta la primavera con tutto il suo
splendore, il mio lavoro riprendeva felicemente e mi
muovevo con maggior facilit tra mostre e mercati,
incontrando tanta gente e siccome la gente mi era
sempre piaciuta, avevo meno tempo di abbandonarmi
alle melanconiche fantasticherie che mi avevano
avvilita nello scorso inverno. Nelle giornate migliori
prendevo in macchina la mamma e la portavo a
prendere il sole tra gli alberi della collina, qualche
volta anche al podere di Agostino, dove era sempre
pronta per lei una poltrona tra il verde.
Una volta scendemmo dalle parti della Carona e
mi fermai, da lontano, a scrutare melanconicamente
la casa: le finestre dei piani superiori erano chiuse
e mi augurai che la confusione di polli, cani e bambini
che vedevo in cortile avesse risparmiato le belle
stanze quiete e ariose.
- Sono stata alla Carona - dissi quella sera a
Agostino - ho visto che il primo piano non  abitato,
come mai, se sono tanti?
Con un certo stupore mi accorsi che Agostino era
imbarazzato: con lui era assai facile scoprire quando
nascondeva qualche cosa.
- Mah, pare che non gli vada bene a quella
gente, sono troppi e anche se la terra  tanta non
rende da vivere a tutti. Figurati che pensavano di
affittare le stanze di sopra ai villeggianti.
- Mamma mia, cos finiranno per rovinare tutto!
- Gliel'ho detto - si lasci sfuggire lui, poi
concluse frettolosamente - del resto facciano quel
che gli pare - e parl d'altro lasciandomi interdetta.
Pensavo di approfondire la cosa in un momento
pi opportuno quando fu annunziata la visita di
Aldina al Colle e mi precipitai a casa sua per avere
notizie. La madre mi accolse con la solita smorta
gentilezza, anticipandomi le novit:
- Dopo quella pazza operazione in Svizzera ha
tardato molto a rimettersi, ma adesso pare che stia
bene e io voglio che si riposi qui da noi per un bel
pezzo. L'ho detto, a mio genero: lui continui pure
la vita disordinata che ha sempre fatto, ma adesso
mia figlia la curo io.
Quando rividi la mia amica la trovai mille volte
pi serena e soddisfatta dell'ultima volta, anzi, quasi
felice: non aveva ancora detto a nessuno che
aspettava il bambino dolorosamente voluto e sopportava
con gioia le inevitabili sofferenze che derivavano
dallo sforzo del suo organismo che per tanto
tempo aveva rifiutato la maternit.
- Non l'avevo scritto a mamma per evitare le
sue storie e anche adesso quasi mi pento di averglielo
detto: mi tratta come se fossi tisica!
- E tuo marito  contento?
- Molto, molto contento, come non credevo, ma
anche lui la fa lunga con la mia salute. Non ti dico
il dramma della mia operazione, mi sono spesso
meravigliata che non l'abbiano messo alla porta, in
clinica!
- Ma tu hai sofferto...
- Naturalmente c' stata qualche difficolt; pare
che io non sia un colosso di robustezza e allora
di con le trasfusioni e le medicine fatte venire apposta
da capo al mondo, pensa che i primi due giorni
mi hanno tenuta perfino sotto la tenda a ossigeno!
Usava un linguaggio non certo da medico che mi
faceva capire come cercasse di minimizzare il pericolo
corso.
- Ma non ti avevano assicurato che era una cosa
da niente?
- Di per s era una cosa da niente, ma sono
nate delle complicazioni dopo, roba da poco che
tutti hanno esagerato. Intanto io ci sono riuscita,
a dispetto di tutto.
- Adesso potrai goderti un buon riposo, qui.
- Mi ci hanno mandata apposta e il povero Andrea
si  sobbarcato l'impegno di venirmi a trovare
ogni volta che pu.
Ci ritrovammo con Francesca all'Androne a fare
mille chiacchiere, e le confidenze venivano fuori da
s, nell'eccitazione del ritrovarci anche se a ragion
pensata nessuna di noi intendeva spingersi cos in
profondo. Questo ci era sempre accaduto.
- Eserciterai la professione, quando avrai il
bambino? - chiese Francesca a Aldina.
- Naturalmente, adesso  tutto a posto, in tutti
i sensi - rispose lei e parl con ormai sorridente
ironia dei giorni incerti che aveva vissuto, delle sue
paure, delle sue crisi, come se fossero cose di molti
anni fa.
- Che vuoi - osserv Francesca col suo modo
brusco - a noi ci ha fatto male una giovinezza
troppo quieta, qui al Colle: chi immaginava che fuori
sarebbe stato tutto tanto difficile?
Io non avevo racconti da fare, la mia storia era
fin troppo semplice e la conoscevano, potevo sempre
dire che avevo sofferto per molte cose, ma come
spiegare, a quelle due che avevano vissuto davvero,
il logorio di certe rinuncie, o lo sconforto che poteva
suscitare una lettera non arrivata?
Ritrovarmi a casa, dopo quelle parentesi di apparente
spensieratezza era la mia pena pi grande:
sedevo nello studiolo davanti ai miei conti e fumavo
senza gusto una sigaretta. Non dovevo scrivere
pi a nessuno, nessuno mi scriveva pi.
Agostino, naturalmente, non me ne parlava pi
ed io apprezzavo la sua delicatezza pur serbandogli
un po' di rancore: mi ero accorta, infatti, che aveva
ripreso la sua antica intimit con Francesca.
- Uffa! - scoppiavo qualche volta scaraventando
a terra una lettera d'affari o un catalogo - possibile
che a me non tocchi che restare tra questa robaccia
vecchia?
Che Agostino e Francesca preferissero stare insieme
non era un'impressione soltanto mia, me ne
parl Aldina un giorno che eravamo sole.
- Tu pensi che lui ne sia innamorato? - mi
chiese con quella impercettibile amarezza che prova
ogni donna accorgendosi di non rappresentare
pi niente per l'uomo che l'ha amata, anche se gli
 indifferente.
- Innamorato non so. Ho visto Agostino innamorato
sul serio solo di te, ma sai com' fatto: ha
bisogno di proteggere qualcuno, di sentirsi intorno
gente da aiutare e Francesca gli  sempre piaciuta.
- Ma tu non pensi che gli dia fastidio... non so
come dire, il passato di lei?
- Anche ammesso che con i tempi che corrono
ci si possa formalizzare di certe cose, Agostino, se
 convinto di fare del bene, non  uomo da starci a
pensare.
Aldina stette a pensarci un poco.
- Buffa eh la vita!
- Che filosofo originale sei, bellezza!
- No,  una frase proprio sentita.  buffa la maniera
con cui la vita ha trattato ognuno di noi, 
buffo che solo qualche mese fa Agostino ed io abbiamo
recitato una gran scena sentimentale,  buffo
che Ranieri, il pi provinciale dei ragazzi, abbia il
rigetto del suo paese,  buffo che... - alzai una
mano a fermarla.
- Il resto lo dici un'altra volta, ti prego.
- Scusami - disse lei dandomi un bacio.
Vedevo Agostino cos impacciato e inquieto che,
pensando fosse incerto sulle decisioni da prendere,
volli facilitargli le rivelazioni imbarazzanti e un bel
giorno, passo passo, me ne andai a trovarlo al podere.
Capitai male perch l'anticamera dell'ambulatorio
era piena di meschini in attesa della visita fuori
orario. Pass una buona ora e finalmente usc dallostudio congedando l'ultimo, un vecchietto, con
un detto di saggezza paesana:
- Siamo intesi, eh nonno: niente pippa, poca
pappa e non ti sto a dire il resto!
Mentre quello se ne andava ridendo, il dottore
mi venne incontro a braccia tese:
- Ciao, carissima. Scusa se ti ho fatto aspettare...
- Stavo per rispondergli quando uno dei muratori
si fece avanti impaziente:
- Se si deve cominciare domattina...
Agostino salt su tutto rosso:
- Adesso ho da fare. Cominciate, cominciate
pure, vengo io, domattina... - e conged lo sbalordito
operaio.
- Scusa, sai, non mi lasciano un momento in
pace...
- Fai lavori in casa? - chiesi maliziosamente.
- Io? Be... ci sono dei lavori... ma dimmi, a che
debbo l'onore?
Era tanto imbarazzato che ebbi piet di lui, gli
domandai di certe mdicine per la mamma che erano
il mio pretesto ufficiale  ripresi petulante :
- Di' la verit, stai rimodernando il tuo castello
per qualche castellana?
Ancora pi rosso egli rise:
- Costano, i castelli e le castellane, non so se
potr permettermelo.
- Ecco il solito fattore! Sei avaro, te l'ho detto
tante volte.
- Piantala, vieni, che ti do la ricetta.
Entrammo in casa, notai subito il mazzolino sulla
scrivania e insinuai perfidamente:
- Sei un'anima gentile, anche se avaro!
Lui sbuff e al solito, non seppe nascondere pi
nulla:
-  un momento molto difficile per me, Elisabetta,
non perch io abbia dei dubbi su quello che
voglio fare, ma perch decidere vuol dire assumere
nuove responsabilit che potrei non avere la capacit
di mantenere...
E spieg tutto.
- Sono rozzo, modesto, disordinato, il mio avvenire
 tutto qui, tu credi che una donna in gamba,
ambiziosa, raffinata come... lei sarebbe contenta?
Lo guardai, ancora una volta sbalordita dalla sua
umilt, e non potei fare a meno di esclamare:
- Ma che cosa vuoi che desideri di meglio una
donna? Tu sei giovane, sano, bello e soprattutto sei
un tesoro di bont e di saggezza, chi potrebbe rifiutare
una fortuna simile, senza parlare della tua professione
e del benessere che le puoi offrire?
- Tu dici? - mormor abbastanza compiaciuto.
- Allora tu non pensi che abbia fatto male a
parlarle...
- Sciagurato - scattai dandogli uno spintone,
- e mi fai la gran commedia quando hai gi deciso
tutto!
- Beh, sai,  stata solo una spiegazioncina tra
noi...
Avevo gli occhi pieni di lacrime, anche perch
prevedevo che non sarebbe stato facile, al povero
Agostino, far accettare ai suoi e alla gente la gran
decisione, poi lo vidi cos schietto, deliberato, pronto
a superare come sempre le correnti contrarie che
fui subito certo sulla loro buona sorte, di lui e di
Francesca insieme, a dispetto di tutto.
- Sono contenta - dissi stringendogli le mani
- trovo che questa  una conclusione prevista e
logica, tra noi sei della Fortezza.
Gli scoprii allora sul volto un'espressione buffa,
come smarrita, ancora assurdamente imbarazzata:
- Gi, gi... logica, hai proprio ragione... - disse
soltanto.
- E rimetti a nuovo la casa? - intervenni per
superare l'impaccio.
- Io? no...
- Scusa ti avevo visto parlare con i muratori e
credevo...
- Macch, sono lavorucci nel podere, niente di
importante. La casa va bene cos.
Mi accompagn al cancello, nel lasciarmi esit
un istante poi chiese timidamente:
- Lo sa Aldina?
Tutte le cose attorno a me, in quei giorni mi parevano
spiacevoli e offensive: non avevano bisogno
di me, loro, anche Aldina che ora aveva vicino Andrea
arrivato al Colle come aveva promesso, e che
vi sarebbe restato per qualche tempo. Agostino andava
e veniva tra Siena e Firenze in grandi faccende
misteriose, agendo cos, pensavo, per non dare
pubblicit ai suoi preparativi di futuro sposo, mentre
io ero in uno stato di perpetua tensione e intrattabile
come una zitella acida e delusa dicevo a me stessa.
Un giorno la vecchia signora Albicci, venuta in
visita dalla mamma se ne usc d'improvviso, sospirando:
- Sai che hanno di nuovo venduto la Carona?
Quel posto non  fortunato, eppure  tanto bello!
Sentii un nodo alla gola:
- Davvero? E chi l'ha comprata, questa volta?
- Non si sa bene, ma tu ne dovresti essere informata,
non  Agostino che ha fatto cominciare i
lavori?
Trovai la forza di sorridere:
- Agostino adesso  troppo occupato per raccontarmi
i suoi progetti: non lo vedo quasi mai.
-  vero, che ne dici di questo matrimonio?
Il discorso fu dirottato, fortunatamente, su quell'argomento
scottante che tutta la citt commentava
ed io trovai il pretesto di una telefonata urgente
per correre a nascondermi nello studiolo lasciando
le due signore ai loro commenti.
Agostino aveva comperato la Carona. La Carona
sarebbe stata la casa di Agostino e di Francesca!
Il primo segno di sollievo fu il pensiero che Agostino
aveva taciuto per paura di darmi dolore. Chi
ero io, perch rinunciasse a una casa meravigliosa
che oltre tutto io non avevo mai se non sognata?
Ed egli era stato abbastanza delicato nel rimandare
una notizia che sapeva penosa per me, che potevo
pretendere da lui e da altri?
Risi tra le lacrime amaramente:
Il premio Nobel, oddio, il premio Nobel! e fu
l'ultimo sussulto di ribellione alla sorte.
Mi ero proposta di non accennare alla vendita della
Carona con Agostino, n con altri, anzi, nei giorni
seguenti evitai tutti per non dover fngere interesse
e stupore se qualcuno mi avesse riferito la notizia.
Decisi di andarmene a Arezzo per qualche tempo
provvedendo in qualche modo alla mamma, che, del
resto, era in un periodo di calmo benessere.
Partii senza avvertire nessuno, raccomandando
alla commessa di dire che avevo un affare urgente,
mi sistemai in albergo e piano piano, ora per ora
percorsi le vie della citt e dei dintorni rivisitando
i luoghi d'arte e i paesaggi che avevano incantato
la mia giovinezza.
Vedevo poco e male, ma l'obbligo che mi ero imposta
di occupare continuamente la mente finiva per
giovarmi e se non fossero state le solitarie ore serali,
potrei dire che stavo ritornando quella di prima, un
po' pi vecchia, forse.
Il terzo giorno mi ero fermata a colazione a Cortona,
sullo spalto che domina la gran pianura della
Chiana e lontano Radicofani e l'Amiata e stavo prendendo
il caff quando mi colse, improvvisa,- la stessa
premonizione che avevo avuto una volta a Camena e dicisi di tornare a casa.
Giunsi in piazza che la commessa chiudeva i battenti
dell'Androne per la pausa pomeridiana, le chiesi
se qualcuno mi aveva cercata e mi disse di s riferendo
i nomi dei clienti abituali e aggiungendo
che un altro signore sarebbe ritornato nel pomeriggio.
L'infermiera mi rassicur sulle condizioni della
mamma che si era abituata della mia assenza, aveva
sempre mangiato con appetito ed ora riposava tranquilla.
Niente di nuovo, come era prevedibile, adesso
bisognava studiare la situazione per fare fronte
agli inevitabili incontri e alle spiegazioni e bisognava
anche mettere ordine tra i miei conti trascurati
da tre giorni.
Mi feci un caff e scesi nello studiolo col mio fascio
di carte e di registri, tutto come sempre.
Alle quattro in punto bussarono alla porticina
nuova, che serviva al mio uso privato.
Sar Agostino previdi sospirando, e andai ad
aprire, pronta ad affrontare ci che mi aspettava.
Non posso riferire che in parole molto povere
quella che  stata una realt molto semplice: l, alla
porta, c'era Odofredo e mi guardava con quel suo
mezzo sorriso tenero e pigro.
A me accadde una cosa buffa: nel vuoto assoluto
fattosi d'improvviso nel mio cervello prevalse la stupida
constatazione che non vestiva pi il maglione
e i jeans, ma che portava perfino la cravatta. Fatta
questa bella scoperta, lo feci entrare.
Che debbo dire? Tutto sta andando troppo in fretta
per me. Odofredo viene da un mondo in cui impressioni,
progetti, realizzazioni si sintetizzano rapidamente
in qualche formula, io, Elisabetta, da anni
ed anni sono abituata alla dolcezza della meditazione,
alla quiete un po' triste dei teneri inganni, alle
lunghe riflessioni su fatti lontani. Odofredo, viene e
mi dice che dobbiamo sposarci in fretta perch pu
strapparsi al suo lavoro solo per pochi mesi, viene
e mi dice che ha comperato per questa breve luna
di miele, e, pi tardi, per ogni giorno di riposo che
gli riuscir di rubare e pi tardi ancora per la nostra
vecchiaia, la Carona (Agostino, intermediario
maldestro!), Odofredo, infine, non perde tempo a
precisare che tutto  avvenuto per amore perch
questa  una cosa implicita da sempre.
Adesso anch'io lo so, che  stato per amore da
sempre e mi invade la meravigliosa gioia di riconoscerlo
finalmente e di abbandonarmi a lui che ha
avuto la costanza di programmare tutto nel computer
della nostra sorte senza sbagliare un dato.
E il risultato  questo.
...
.
...
FINE.